Ha recentemente detto Umberto Veronesi che “l’utero in affitto è un gesto nobile, è una donazione” (sic!).

Sappiamo che il nostro è il tempo della teologia scientifica: l’epoca in cui gli scienziati spodestano il vecchio clero e divengono essi stesso il nuovo clero. “Siate scientifici!” è il nuovo imperativo che rioccupa lo spazio del precedente “credete in Dio!”. Ecco, allora, che gli scienziati vengono interpellati come portatori di un sapere assoluto, valido in ogni ambito: la scienza, di per sé fondamentale nel suo ambito, diventa “superstizione scientifica” (Karl Jaspers) allorché pretende di innalzarsi a sapere assoluto, tale da spodestare teologia e filosofia, storia e arte.

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La pretesa assolutistica della scienza è, ipso facto, antiscientifica. Guai a quell’ideazione umana che pretendesse di porsi come unica valida: così ci aveva già allertati Husserl. E la scienza questo è divenuto oggi, assolutismo che delegittima e deride ogni altra sorgente di senso, ogni altra forma di sapere.

Ed ecco, così, gli scienziati che pretendono di sostituire l’etica con la scienza. Ripeto: nel suo ambito specifico, la scienza è fondamentale e insostituibile. Guai, però, quando pretende di ergersi a sapere assoluto. Questo il punto.

L’asserto di Veronesi, grande scienziato, rischia di riproporre questo errore, temo. L’utero in affitto non è un gesto nobile. Nobile è la donazione di un rene o di un polmone, in caso di necessità: salva vite umane, in modo altruistico. L’utero in affitto nulla ha di gratuito: è, appunto, il maximum della mercificazione della donna e del bambino, ridotto ad articolo di commercio, con possibili esiziali derive eugenetiche.

L’utero in affitto soddisfa un desiderio, non un’esigenza vitale: e avere un figlio non può essere risolto nel desiderio e nel capriccio dell’io individuale portatore di volontà di potenza consumistica. Ripeto, allora, ciò che già altra volta dissi: il capitale, che un tempo si arrestava ai cancelli delle fabbriche, oggi si è impadronito della nuda vita, utero compreso.

L’economia si è impadronita della vita, facendosi bioeconomia: ha rimosso il confine tra ciò che è merce e ciò che non lo è né può esserlo. Chi non lo contrasta, non lo denuncia e non lo combatte è connivente con la mercificazione dell’umano, con l’assalto alla dignità dell’uomo. L’etica intesa hegelianamente come Sittlichkeit, come “etica pubblica” deve tornare a dire la sua, senza farsi riassorbire nell’economia e nella scienza.

Umberto Galimberti ha più volte detto che se l’etica prova a resistere alla tecnica diventa “patetica”. Ho grande stima di Galimberti, ma non condivido questo asserto. Significa riconoscere che non c’è più nulla da fare, che tutto è perduto o, come amano dire gli heideggeriani, che “solo un Dio ormai ci può salvare”.

Credo, invece, che l’etica debba resistere oggi più che mai alla tecnica e all’economia, per salvare la dignità umana, prima che sia troppo tardi. Del resto, pensate alla catastrofe che sarebbe scaturita dinanzi all’avanzata della folle tecnica nazista se l’etica della resistenza si fosse arresa ritenendosi “patetica”…