La crisi dei rifugiati e quella greca sono due momenti parossistici della più generale crisi di sovranità della Ue.
Assolutamente sì. Gli europei devono capire la causa profonda delle forze che stanno lacerando l’Unione e che si sono rivelate con intensità massima durante la terribile estate dell’anno scorso. Prima quando la democrazia greca è stata schiacciata (attraverso la minaccia di espulsione dalla zona euro per aver rifiutato un nuovo prestito a condizioni che avrebbero aggravato la bancarotta del paese), poi quando l’Europa si è dimostrata incapace di gestire la crisi dei rifugiati. Le cause profonde di questa doppia crisi risiedono nei fondamenti stessi dell’Unione europea, concepita prima come un cartello dell’industria pesante e poi in un consorzio di banche, gestito da tecnocrati incompetenti che disprezzano i fondamenti della democrazia. Una tale costruzione ha iniziato a frantumarsi sotto l’effetto dell’implosione del settore finanziario nel 2008. I Paesi membri si sono chiusi in se stessi, dimostrando che l’Europa ha perso la sua anima.

Gli Stati-nazione hanno perso la loro sovranità, la Ue non è riuscita a ritrovarla. Siamo su un continente con il pilota automatico, lasciato alla mano invisibile ma ben reale dei mercati. A bordo del ‘battello ebbro’ due classi politiche si scontrano sulla rotta da seguire.
È piuttosto come se avessimo varato con tempo calmo un magnifico bateau-mouche (traghetto turistico, ndr) nel vasto oceano. Il nostro battello era splendido, ma non era pensato per affrontare il cattivo tempo. Peggio ancora, quando gli elementi si sono scatenati la ferocia della tempesta è stata proporzionale alla nostra impreparazione. E quando la tempesta ha mostrato la sua collera, il capitano e i suoi ufficiali si sono chiusi nel rifiuto, sostenendo che era colpa dei passeggeri di terza classe: greci, portoghesi, eccetera… La situazione è colpa della stupidità con la quale è stata gestita una crisi inevitabile.

E sono così sorti due schieramenti… c’è chi reclama il “ritorno al porto” delle nazioni; e chi invece raccomanda di prendere il largo, confidando nelle correnti della globalizzazione. Da un lato, la chimera del ritorno agli Stati-nazione, dall’altra l’utopia mondialista…
C’è una terzo punto in questo falso confronto tra sovranisti e euro-lealisti: si nutrono l’uno dell’altro. Sono, a loro insaputa, complici dello stesso meccanismo che innesca al contempo la centralizzazione autoritaria e la frammentazione. Gli Stati membri adottano la posizione di “ognun per sè”, Bruxelles e Francoforte esigono e ottengono ancor più potere arbitrario sugli Stati-nazione. La frammentazione centralizzata è il prodotto dell’architettura di quest’Europa ma è anche una conseguenza della regressione nazionalista che cerca di ri-nazionalizzare i sogni, le aspirazioni, le politiche di immigrazione, la politica fiscale…

Al contrario il “no” greco al referendum del 5 luglio e il movimento europeo di solidarietà di solidarietà ai rifugiati costituiscono la nascita seppur caotica di un’opinione pubblica europea e forse l’inizio d’una sollevazione democratica dei popoli contro le istituzioni.
Il maestoso “no” espresso con il 62% dai greci è uno schiaffo all’idiozia euro-lealista. È stato come mandare al diavolo la triade Bruxelles-Francoforte-Berlino. Questo “no” è poi stato tradito, ma il suo spirito non è evaporato.

Dopo aver abbandonato le funzioni ministeriali ha capito che l’azione politica deve superare lo steccato dei partiti nazionali così come quello delle istituzioni sovra-nazionali?
Prima del 25 gennaio 2015 (quando i greci mandarono Syriza al governo, ndr) abbiamo detto al mondo: “Quello che inizia in Grecia si propagherà in Europa…”. Il nostro slogan era: “Riprendiamo il potere in Grecia, cambieremo l’Europa”. Dopo la capitolazione di luglio, ho capito che è l’ora di riprendere il messaggio della nostra primavera ateniese, che ha già contaminato molti in Europa, e di portarlo ovunque. È arrivato il momento di portare il trittico “libertà-uguaglianza-fratellanza” al livello europeo, aggiungendoci “tolleranza-trasparenza-diversità”.

Non sottostimò la guerra mediatica che le venne lanciata contro?
È stato davvero un match truccato. E che non abbiamo nemmeno potuto contestare. Un po’ come se una cometa si schiantasse sulla terra: sapevo che sarebbe arrivata, ma non mi potevo proteggere.

Crede alla forza della verità come ha detto dopo la vittoria di Jeremy Corbyn: “La potenza dei media dominanti non resiste a un discorso sincero”?
Lo abbiamo dimostrato in Grecia. I media erano contro di noi e hanno bombardato gli elettori, soprattutto prima del referendum, sulle conseguenze terribili. Credo che i media in Europa non hanno capito quanto la smaccata propaganda rassomigli a quella della televisione sovietica: più i media dicevano cose orribili su dissidenti come noi, meno il pubblico ci credeva.

Si può dire che le sue ricette si basino – come fece Marx – su una nuova interpretazione del capitalismo (industriale per Marx, finanziario per lei) e creare nuove forme di organizzazione decentrate grazie alle nuove tecnologie un po’ come Wikileaks di Assange che lei infatti appoggia: una nuova internazionale delle persone.
Marx con la Prima Internazionale ha dimostrato che per modificare il mondo globalizzato bisogna pensare in termini cosmopoliti. Nella zona euro ne abbiamo assoluto bisogno, poiché i governi nazionali non hanno alcuna possibilità di cambiare il corso degli eventi e della politica.

di Christian Salmon (traduzione di Stefano Citati)

da Il Fatto Quotidiano del 10 febbraio 2016