Il Mario Draghi che afferma che “Forze nell’economia globale cospirano per tener bassa l’inflazione“, ci mancava proprio! Sia chiaro, il discorso di Draghi è corretto nel merito, elementi economici potenti, come il basso prezzo del petrolio, sterilizzano ogni tentativo di far ripartire l’inflazione. Ma perché fermarsi lì? Perché non tentare di capire perché questo accade? Gli indicatori ci sono tutti basta saperli leggere: l’economia (e l’inflazione) non  riparte perché abbiamo semplicemente superato un punto di non ritorno del sistema economico industriale.

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Tutto è iniziato negli anni 80/90 del secolo scorso, in quel periodo comincia una lenta ma inesorabile “riduzione della ricchezza” contenuta nei prodotti industriali.
Difficile e ininfluente capire se causa o effetto, la sostanza è che, grazie a vere e proprie rivoluzioni tecnologiche, i prodotti cominciano a diventare sempre più “poveri” pur mantenendo la qualità e funzionalità necessaria.
Per povertà intendo il valore intrinseco legato al singolo prodotto industriale: la quantità e la qualità di materia prima (grossolanamente il peso), universalmente riconosciuta come valore. Contestualmente ai lavoratori è stata richiesta maggiore produttività senza un corrispondente aumento di remunerazione. Questa tendenza ha interessato pian piano la maggioranza dei prodotti industriali ed è esplosa nell’ultimo decennio. Come casi estremi basta pensare a  intere categorie di prodotti che hanno visto quasi azzerare il loro valore intrinseco: il registratore audio a cassette, la macchina fotografica e il videoregistratore Vhs oggi sono egregiamente surrogati da qualche millimetro quadrato di silicio e pochi componenti elettronici a basso costo, contenuti in molti dei dispositivi elettronici che possediamo: televisore, smartphone, computer.

Il modello Ikea rappresenta in maniera esemplare la tendenza per altri beni di largo consumo: anche in questo caso la riduzione di prezzo dei prodotti è stata ottenuta grazie alla riduzione della “ricchezza” del bene e all’aumento della produttività del lavoro.

Se questo è il teorema: “C’è sempre meno ricchezza nel prodotto e maggiore produttività non proporzionalmente remunerata nell’industria”, ne conseguono alcune interessanti conseguenze.

Dovendo o volendo produrre beni sempre più “poveri”,  l’industria si è attrezzata per fabbricarli nella maniera più efficiente possibile investendo molto sia sul prodotto che sul processo produttivo. A prodotti più economici hanno corrisposto volumi maggiori,  nuovi mercati, nuovi investimenti e ulteriori riduzioni di ricchezza nel bene, in un processo che si autosostiene e non si può interrompere senza il rischio di estromissione dal mercato.

Maggiore produttività del lavoro significa, banalizzando, che il lavoratore produce più pezzi ogni ora, ma se ogni pezzo “vale” molto meno questo aumento di produttività non può essere correttamente remunerato. Anche questo è un processo con retroazione positiva, ogni “nuova generazione” di prodotto industriale richiede flessibilità e produttività crescenti. L’effetto è che la quota percentuale di ricchezza distribuita ai lavoratori per unità di prodotto è percentualmente sempre minore con un impoverimento generale e la crisi dei mercati interni.

L’efficienza industriale è diventata direttamente proporzionale ai volumi prodotti mentre il prezzo del prodotto lo è inversamente. Come conseguenza è saltato il meccanismo della domanda e dell’offerta che dalla rivoluzione industriale ha regolato il mercato. L’efficienza nella produzione e la produttività del lavoro unita alla flessibilità, degli uomini e degli impianti, hanno fatto sì che, a fronte di una domanda crescente, l’industria (globalizzata) possa rispondere in tempo quasi reale, con i volumi richiesti e paradossalmente con una riduzione di prezzo. 

In conclusione: questa è la principale delle forze economiche che concorrono a tener lontana la ripresa, le altre (compreso il prezzo del petrolio) ne sono conseguenze e purtroppo non è vero che le politiche monetarie sono sufficienti a risolvere il problema come ritiene Draghi: il sistema produttivo capitalistico è cambiato.  Fino ad un certo punto della sua storia ha generato ricchezza crescente per unità di prodotto (leggi prodotti sempre più ricchi), ha distribuito una parte crescente della ricchezza prodotta ai lavoratori e ha remunerato adeguatamente il capitale investito. Dalla fine del secolo scorso ha scollinato: la ricchezza per unità di prodotto ha cominciato a calare, la quota di questa distribuita ai lavoratori si è ridotta più che proporzionalmente e la remunerazione del capitale è sempre più difficile da ottenere.

Se questo viene compreso e accettato possiamo mettere in campo azioni efficaci, altrimenti continuiamo ad aspettare la ripresa (e l’inflazione).