Sempre elegante e mai sgarbata, la signora Ilva Sapora è la dirigente di Palazzo Chigi che ha bardato le statue ignude del Campidoglio per non indispettire Hassan Rohani, il presidente iraniano in viaggio a Roma munito di un catalogo di appalti miliardari da assegnare ai costruttori italiani. Più che un eccesso di zelo (definizione di governo), qui c’è un palese eccesso di zeri. Non sussiste un rapporto di ignoranza fra la Venere Esquilina censurata e la signora Ilva Sapora crocifissa: in realtà, senza offesa, pure la Sapora è una statua. O con maggiore precisione: un monumento di Palazzo Chigi, da vent’anni in ascesa. All’improvviso, precipita persino il monumento più robusto. Proprio la Sapora ha contribuito al disastro dei Rolex in Arabia Saudita: la figuraccia internazionale, il parapiglia scatenato dalla scorta di Renzi, il maldestro tentativo di recuperare gli orologi.

Per interpretare il ruolo di Ilva Sapora va squadernata la sua carriera. È una dipendente pubblica capace di resistere alle intemperie politiche, di servire Matteo Renzi in giro per il mondo pur conoscendo poco e male l’inglese (ammissione nel curriculum) e di salutare con affetto Denis Verdini, l’altro toscano, durante le sue incursioni nel cortile di piazza Colonna. È una donna rigida, allevata da Gianni Letta, che rispetta il protocollo: quel manuale più o meno scritto di regole che viene ispirato dall’inquilino di Palazzo Chigi, un potente sempre temporaneo, mentre la Sapora pare eterna.

Renzi l’ha strappata dagli uffici che dispensano onorificenze e medagliette: potere oscuro, però potere. Ha sostituito Cristiano Gallo, un diplomatico, che per tre governi consecutivi ha guidato il Cerimoniale: centrodestra con Silvio Berlusconi, misto tecnici con Mario Monti, larghe intese con Enrico Letta. Un affronto mai deglutito dall’esteso ambiente “Farnesina”, che esulta se la Sapora sbaglia. Non c’è ambasciatore o funzionario che non racconti aneddoti contro la sciagurata Ilva.

Dopo i capolavori di marmo, il capo del Cerimoniale ha coperto le facce di bronzo del ministro Dario Franceschini, dei collaboratori di Renzi, di una corte che sta insieme per non affondare in solitudine. Nessuno sapeva, tutti negano, persino l’evidenza. Chi ha autorizzato la signora Sapora, chi ha reperito materiali e operai per incapsulare il Dioniso degli Horti Lamiani?

In momenti di convenienza, Renzi l’ha protetta. Perché la Sapora di segreti ne maneggia. Adesso l’ha mollata. O almeno simula: il segretario generale di Palazzo Chigi, senz’altro su indicazione del fiorentino, ha ordinato un’inchiesta. Un processo a se stessi, in pratica.

Eppure non è la prima volta che la Sapora nasconde le opere d’arte. È già accaduto a Firenze, a inizio ottobre. Ancora incontri d’affari. L’ex sindaco Renzi ha ricevuto Mohammed bin Zayed Al Nahyan, il principe ereditario degli Emirati Arabi, di fatto il padrone di Alitalia: un uomo, uno sceicco, un tesoro. C’era il solito codazzo di imprenditori e il solito desiderio di commesse. Per non rovinare il bilaterale con all’ordine del giorno i petrodollari, la Sapora ha murato una scultura dell’americano Jeff Koons. Forse è un vizio del capo del Cerimoniale o un vezzo dei capi di Ilva. Sta per finire. Perché presto andrà in pensione: sì, la Sapora. Chissà il vizio.

da il Fatto Quotidiano di giovedì 28 gennaio 2016