Era l’anticamera di Auschwitz, il campo di concentramento più famoso d’Italia, costruito – come gli altri – per volontà di Benito Mussolini. Da qui partivano gli ebrei per essere condotti ai lager tedeschi. Oggi però quel luogo, più che i segni della storia, porta quelli del degrado, tra baracche rese pericolanti dal terremoto del 2012 e una riqualificazione che tarda ad arrivare per la scarsità di risorse. È a Fossoli, frazione nel cuore dell’Emilia, che un pezzo di memoria con la “emme” maiuscola lotta per non essere dimenticato. Non dai turisti, che arrivano a decine di migliaia ogni anno da ogni parte d’Europa nella frazione a una manciata di chilometri dal comune di Carpi, ma dalle istituzioni e dallo Stato.

A building at the entrance to the Fossoli Concentration Camp is overrun with vegetationEppure il nome di Fossoli lo conoscono tutti. E’ noto perché in questo paese delle campagne in provincia di Modena sorge quello che tra il dicembre del ’43 e il marzo l’44 divenne il principale campo di smistamento e transito degli ebrei rastrellati in tutta Italia. Da qui il 22 febbraio del 1944 partì anche Primo Levi, stipato su un treno merci insieme ad altri 650 ebrei per essere deportato al campo di sterminio di Auschwitz. “Io so cosa vuol dire non tornare. / A traverso il filo spinato/ Ho visto il sole scendere e morire”, scriverà in una poesia una volta tornato, ricordando proprio quella partenza da Fossoli, di cui parlò anche nella sua opera più celebre, Se questo è un uomo. Come Levi altri 5mila internati politici e razziali passarono da quelle baracche oggi in decadimento, prima di essere trasferiti nei lager nazisti in Germania e Polonia.

Quella storia così tangibile tra i prati e i mattoni rossi delle costruzioni rimaste, rischia però di essere cancellata. A lanciare il grido di allarme lo scorso ottobre è stato il World Monuments Fund, una fondazione con sede a New York che ha già contribuito a salvare oltre 500 mete di interesse culturale e storico in tutto il mondo, e che ha inserito Fossoli nel suo rapporto 2016 tra i 50 siti in pericolo a causa dell’incuria. Insieme all’ex campo di concentramento, per l’Italia compare anche l’Arco di Giano a Roma, ma è proprio sul campo carpigiano che il giudizio del Wmf è più duro, sottolineando il disinteresse verso questo posto. “Intendiamo portare l’attenzione su un pezzo di storia che sta svanendo – si legge nel rapporto – e sulla necessità di ulteriori ricerche per dare visibilità agli altri campi di deportazione che erano in funzione in Italia, con la speranza che diventino luoghi della memoria e della coscienza”. 

The abandoned barracks at FossoliSe la Risiera di San Sabba a Trieste è museo nazionale dal 1965, Fossoli è ancora in attesa di riconoscimento. Attualmente va avanti soltanto grazie al sostegno del Comune di Carpi, che è proprietario dell’area dagli anni Ottanta e sempre con più fatica per i continui tagli agli enti locali, assegna al campo un finanziamento annuo di 100mila euro. “Con queste somme riusciamo a non chiudere e a sostenere le iniziative, ma è difficile fermare e controllare il degrado del tempo” spiega Marzia Luppi, direttrice della Fondazione ex campo Fossoli, che si occupa di gestire il centro tra pubblicazioni, ricerche, attività e percorsi didattici per le scuole per conservarne e divulgare la memoria.

Il colpo di grazia l’ha dato il terremoto del 2012 in Emilia, che ha danneggiato gravemente la struttura costruita nel 1942 dal Regio esercito come prigione militare, e destinata successivamente a diventare uno dei punti strategici per le SS, crocevia che dall’Italia portava alla Germania e all’Est Europa. “La preoccupazione è tanta – continua la direttrice – perché gli edifici sono realizzati con materiali di bassa qualità e quindi soggetti al deterioramento, ma per intervenire servono fondi. Il fatto che la gravità della situazione sia stata riconosciuta anche da un’organizzazione internazionale come il Wmf dovrebbe essere un monito per tutti, perché in Italia c’è un monumento per certi aspetti unico, che ha bisogno di essere tutelato”.

A barracks building in the Fossoli Concentration CampFossoli non è solo una testimonianza degli orrori della Shoah e della guerra, ma di tutto il Novecento e dei suoi cambiamenti. Dopo le stragi e il terrore dei regimi assoluti nazisti e fascisti, l’ex campo ha dato i natali a Nomadelfia, la comunità di don Zeno Saltini, e poi dal 1954 come Villaggio San Marco ha accolto i profughi giuliani e dalmati in fuga dall’Istria, per passare quindi, dopo una fase di abbandono da parte dello Stato, al Comune di Carpi dopo l’apertura del Museo monumento al deportato. Da allora è cominciata una fase di recupero e promozione dell’area, ma dei 15 ettari che un tempo costituivano l’impianto originario, soltanto 6 conservano ancora gli edifici, molti dei quali in condizioni precarie. “Fin dai giorni del terremoto è partito un appello affinché l’unico campo del genere che resta in Italia non fosse condannato alla distruzione – aggiunge Luppi – Abbiamo cercato di trasformare quello stato di emergenza in un modo per sensibilizzare ancora di più l’importanza della sopravvivenza di Fossoli”. Immediatamente sono arrivate donazioni di privati e a distanza di 4 anni da quei fatti, con i fondi della Regione per i terremotati, il prossimo marzo partiranno i lavori di conservazione su tre delle 25 baracche rimaste. Il Governo poi proprio nei mesi scorsi ha stanziato 100mila euro per la valorizzazione della zona. “È un primo passo, speriamo che si continui in questa direzione”, ammettono dalla Fondazione. Perché questi interventi d’emergenza non bastano a cambiare il destino di Fossoli, né a rendere fruibile nella sua interezza quello che dovrebbe essere uno dei monumenti nazionali alla Memoria.