Si chiuderà a breve il rapporto tra la Federazione internazionale dell’Atletica e l’Adidas. La rottura è una diretta conseguenza dello scandalo doping che ha travolto la Federazione, i cui vertici erano a conoscenza di diversi casi e hanno insabbiato tutto, anche in cambio di soldi. Il divorzio dal colosso tedesco dell’abbigliamento sportivo, uno dei più importanti sponsor della Iaaf, peserà sulle casse federali per poco più di 32 milioni di dollari, tra soldi e forniture. Una mazzata. Che rischia di innescare un effetto a catena e avrà con ogni probabilità strascichi legali.

La notizia diffusa nella notte tra domenica e lunedì dalla BBC è la prima grande conseguenza a livello commerciale per la Iaaf, che finora era riuscita a parare il colpo con gli sponsor. L’addio dell’Adidas potrebbe ora spingere anche altri marchi – Canon, Toyota, TDK, Mondo e Seiko – alla fuga dando il la a un fuggi-fuggi generale, oltre a rappresentare un altro duro colpo alla credibilità della governance di Sebastian Coe, minata da più fronti negli ultimi mesi.

L’azione era pianificata da tempo, ma è stata ufficializzata da poco. Già a fine novembre infatti l’Adidas aveva comunicato alla Iaaf di essere molto perplessa sull’opportunità di continuare la sponsorizzazione, firmata otto anni fa e in scadenza nel 2019. La lettera ufficiale, secondo quanto ricostruito dalla tv inglese, sarebbe poi arrivata alla Iaaf due settimane fa. Si spiegherebbe così la breve nota stampa rilasciata dalla federazione lo scorso lunedì. Poche righe per ribadire d’essere “in stretto contatto con tutti gli sponsor e i partner dal momento in cui ci siamo imbarcati nel nostro processo di riforma”. A sei mesi dalle Olimpiadi di Rio, dov’è la regina delle discipline, si concretizza per l’atletica mondiale lo spettro di ingenti danni economici provocati dallo scandalo doping.

La situazione della Iaaf è precipitata lo scorso 14 gennaio, quando la Wada ha presentato il secondo capitolo dell’indagine condotta dalla Commissione indipendente presieduta da Dick Pound. Secondo i risultati dell’investigazione c’era una “cultura della corruzione radicata ai vertici della Iaaf”, la cui responsabilità “non può ricadere su un numero limitato di persone”. Inoltre la commissione non ritiene plausibile che “il Consiglio (di cui Coe, poi eletto presidente, faceva parte) potesse non essere a conoscenza del sistema e dell’esteso programma di doping della Russia”.

E proprio la prima parte del dossier, quella riguardante Mosca, aveva già messo in guardia l’Adidas: il ruolo dei servizi segreti, l’uso sistematico di sostanze dopanti da parte dei marciatori, i laboratori antidoping paralleli e le richieste di denaro per coprire le positività rappresentavano già una base sufficiente per meditare l’addio, assieme alla richiesta di un segnale forte degli sponsor giunta anche da alcuni atleti.

Le conferme fornite dalla seconda puntata dell’inchiesta della Wada riguardo una cultura radicata del doping e della corruzione per coprirlo hanno spinto il gigante tedesco a formalizzare il suo addio all’atletica. Un passo avanti rispetto alle semplici parole di dispiacere espresse di fronte allo scandalo Fifa. Nonostante anche lì tangenti e corruzione siano arrivate a toccare i vertici, Adidas resta il più solido partner commerciale del calcio mondiale.