Ha dell’incredibile la vicenda che rimbalza dal ddl concorrenza che il Senato inizierà ad esaminare domani.

Sei emendamenti-fotocopia bipartisan [qui dal 46.26 al 46.31, ndr] a firma di una pattuglia di senatori di Pd, Ncd, Pdl, M5s e, persino, del Gruppo Misto – sono stati presentati, verrebbe da dire sotto dettatura dell’Associazione nazionale dei dentisti italiani (Andi) allo scopo di stabilire che le società operanti nel settore odontoiatrico siano possedute, almeno per due terzi, da iscritti all’albo degli odontoiatri.

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Una previsione che, nella sostanza, azzererebbe la portata di una delle liberalizzazioni varate, ormai oltre dieci anni fa, da Bersani e riporterebbe l’Italia indietro nel tempo, stabilendo – in assenza di qualsivoglia concreto beneficio per cittadini e mercato – che le centinaia di cliniche odontoiatre private aperte nel nostro Paese debbano necessariamente essere controllate da odontoiatri.

Una regola, evidentemente, anti-concorrenziale e finalizzata esclusivamente alla tutela del portafogli di una categoria professionale giacché nessun altro guadagnerebbe alcunché dall’eventuale approvazione dell’emendamento.

E’, infatti, pacifico che la qualità dell’assistenza che cittadini ed utenti possano ricevere in una clinica odontoiatrica non è funzione di chi la possiede ma, esclusivamente, della sua organizzazione e, naturalmente, della professionalità del personale che vi opera.

E, d’altra parte, lo stesso emendamento mira a prevedere che le cliniche odontoiatriche debbano avere un direttore sanitario iscritto al relativo Ordine professionale, scelta quest’ultima ragionevole, comprensibile e di buon senso che, d’altra parte, riflette, nella sostanza, quanto già avviene nella quasi totalità dei casi.

Lascia, invece, senza parole che un manipolo tanto folto di senatori che siedono nell’intero emiciclo di Palazzo Madama si sia, almeno apparentemente, prestato a presentare un emendamento che più che pro-concorrenziale appare destinato a smantellare un mercato giacché è evidente che ben difficilmente gli iscritti all’albo degli odontoiatri potrebbero rilevare i due terzi di tutte le società che gestiscono cliniche odontoiatriche in giro per il Paese e che, negli anni, hanno acquisito valori a tanti zeri.

Ma, se anche effettivamente i più facoltosi tra gli iscritti all’Ordine degli odontoiatri, domani, si ritrovassero a poter rilevare la maggior parte delle quote oggi detenute da uno stuolo di investitori professionali nelle cliniche di settore, cosa consentirebbe di ritenere che la gestione di tali cliniche sarebbe migliore, più efficiente o, semplicemente, in grado di meglio garantire la salute pubblica?Evidentemente nulla.

Ed allora non si capisce davvero perché, addirittura sei emendamenti-fotocopia – evidentemente usciti dalla stessa penna – debbano chiedere al Parlamento di cambiare le regole di un mercato cresciuto bene ed in fretta, garantendo a tanti l’accesso a cure odontoiatriche a tariffe ragionevoli, complice l’ampia offerta oggi presente sul territorio.

Con la salute, ovviamente, non si scherza ma una cosa è pretendere che chiunque operi in un settore medico sia soggetto a norme e regole severe e stringenti idonee a garantire che i pazienti ricevano il miglior livello di cure possibile e altra cosa, completamente diversa, è nascondersi dietro un alibi di questo genere per perseguire interessi di categoria e di portafoglio.

Il primo è un obiettivo nobile, il secondo è ignobile, soprattutto quando lo si persegue provando ad hackerare le dinamiche parlamentari, approfittando di un testo ciclopico come il ddl concorrenza, per infilarci dentro un emendamento anti-concorrenza.

L’auspicio, a questo punto, è che i senatori si accorgano della “trappola” nella quale stanno per cadere e, in un sussulto di orgoglio, dicano sì – sebbene il ddl concorrenza non è probabilmente la sede più idonea ad occuparsi di salute – a qualsiasi norma volta a migliorare il livello dei servizi odontoiatrici in Italia, ma no a qualsiasi tentativo di restringere inutilmente la concorrenza, annacquando una delle tante liberalizzazioni che sembra aver fatto bene al mercato ed ai consumatori.