In un’epoca in cui si tende correttamente a demedicalizzare la salute (evitare gli interventi medici al minimo possibile e solo quando è utile) anche l’evento più fisiologico della nostra esistenza risente di questa rivalutazione. In Italia c’è un (lievissimo) ritorno del parto fuori dall’ospedale, in casa o in strutture non ospedaliere appositamente attrezzate (si chiamano “case da parto” o “centri nascita”). È ovvio che qualsiasi pratica che abbia a che fare con la salute debba garantire (per essere definita utile) due requisiti, la sicurezza, prima di tutto, e l’efficacia.

Parto

Nel caso del parto un’altra cosa ovvia, che nessuno può oggettivamente smentire, è che quando un parto si svolge in maniera fisiologica (e questo spesso segue una gravidanza altrettanto fisiologica) non è un evento pericoloso (intendiamoci, non esiste azione umana completamente esente da rischi, ma un rischio può essere talmente basso da essere considerato trascurabile), in questi casi non è necessario partorire in una struttura medica o con attrezzature particolari.

Diverso il discorso relativo a gravidanze o parti a rischio: patologie particolari, gravidanze con complicazioni, problemi materni o fetali, tutte condizioni che possono rendere un parto più rischioso e quindi è conveniente ospitarlo in strutture che garantiscano un’assistenza migliore. Ma fino a che punto è possibile partorire a casa con un rischio ragionevolmente basso? Ci sono delle condizioni abbastanza chiare, delineate sia da studi scientifici che da istituzioni mediche. Il parto in casa presenta pochi rischi in donne che rientrano in tutte queste categorie:

– Gravidanza a basso rischio (senza patologie, per esempio diabete, ipertensione o presentazione podalica del feto);
– Secondipare (donne che hanno già partorito);
– Con un reparto di ostetricia facilmente raggiungibile (massimo 20 minuti).

In questi casi il parto spontaneo in casa ha gli stessi (bassi) rischi del parto in ospedale ed anzi si differenzia da questo per una minore incidenza di interventi ostetrici non giustificati (dall’episiotomia a manovre ostetriche rischiose). In tutti gli altri casi, il parto in casa può essere molto più rischioso del parto in ospedale. Bisogna sottolineare che, per “parto in casa”, si intende un parto in ogni caso assistito da personale competente, al contrario, un parto non assistito, può aumentare di tanto il suo rischio in qualsiasi situazione.

La maggioranza delle complicanze riguardano il neonato; per esempio per la donna che non ha mai partorito il neonato corre un rischio di complicazioni quadruplo nel parto in casa e un rischio di morte dieci volte superiore al parto in ospedale. Uno studio recente, invece, parla di rischio doppio di complicanza o morte neonatale. Come si vede i numeri possono essere differenti, questo perché le statistiche non possono essere molto precise. I loro risultati possono dipendere dalla realtà nella quale sono state analizzate (per esempio negli Stati Uniti vi sono zone rurali molto isolate, cosa che è meno frequente nelle nostre città) ed i numeri possono essere condizionati da svariati fattori (ad esempio il fatto che il numero di cesarei sia più alto per chi sceglie il parto in ospedale può dipendere dal fatto che in ospedale vanno più donne con problemi della gravidanza).

La situazione però è abbastanza chiara: per una gravidanza e un parto a basso rischio il parto in casa è sufficientemente sicuro (ed ha alcuni benefici), in tutti gli altri casi il rischio è elevato. Per questo motivo credo sia fondamentale, lasciando sempre la libertà di scegliere ciò che si ritiene migliore, rivolgersi ad un esperto del settore che ha il sacrosanto dovere di informare correttamente, elencando rischi e benefici del parto scelto. Nonostante negli anni gli incidenti da parto si siano ridotti in maniera consistente (grazie ai farmaci ed al progresso medico), l’entusiasmo nei confronti della medicina (falsamente) onnipotente, rende difficile da accettare un ritorno “al passato” come questo ma, come spesso accade, non si deve parlare in maniera assoluta. Lo fa anche il Nice (servizio sanitario nazionale inglese), che raccomanda le condizioni che consentono un parto in casa sicuro ma nello stesso tempo mette in guardia su quelle situazioni che possano renderlo molto rischioso.

C’è un altro aspetto che molti sottovalutano e che invece dovrebbe essere centrale: il parto è un evento particolare che, oltre al nascituro, coinvolge due persone, i genitori. In particolare è la donna partoriente che deve gestire l’evento e quindi è lei che deve decidere (sempre assicurandosi informazioni corrette ed equilibrate, senza estremismi) dove si sente più sicura nell’affrontare la nascita del figlio. Perché proprio per evitare medicalizzazione, non si può ridurre tutto a numeri e dati ma bisogna anche considerare la scelta della donna, la sua serenità, la sua percezione di sicurezza. Oltre i numeri, quindi, c’è anche il desiderio della donna da mettere nel bilancio.

Motivo per cui non esiste il parto ideale, ma il parto più sicuro. In secondo luogo, di fronte ad una giusta richiesta di minori interventi inutili, bisogna evitare gli altrettanto inutili (e pericolosi) estremismi, in Italia ci sono addirittura associazioni che promuovono il parto in casa come panacea e a scopo ideologico descrivono il parto in ospedale come qualcosa di orrido e da evitare e questo è falso e pericoloso. Le complicanze da parto infatti (soprattutto quelle imprevedibili) possono comparire a casa come in ospedale, ma solo in ospedale si ha l’attrezzatura e la struttura per provare a risolverle, ritornare alla natura non deve significare ritornare alla preistoria.

Il problema è anche etico, come sottolinea Kaitlyn Arbour, esperta di bioetica della Columbia University: “La scelta del parto in ospedale o a casa, nelle gravidanze a basso rischio, dovrebbe essere una scelta personale di una madre correttamente informata”. Informare bene per scegliere bene. Perché ancora una volta si tende a dimenticare che non deve esserci qualcuno che decide per altri ma è chi partorisce che deve decidere liberamente e libertà significa anche informazione onesta e corretta, l’unica che serve a chi ne ha bisogno.