Si chiacchiera a reti unificate delle responsabilità di singoli individui e politici nella tragica vicenda delle banche salvate dallo Stato derubando i risparmiatori, i cittadini e i lavoratori. E, così facendo, si personalizza il problema. Vent’anni di berlusconismo e di antiberlusconismo dovrebbero pur averci insegnato qualcosa. Se si personalizza il problema, esso cessa di essere inteso come sistemico.

Morale? La contraddizione cessa di essere il sistema finanz-capitalistico, come lo chiamava il compianto Luciano Gallino, e diventa il cavalier Berlusconi prima e la signora Boschi dopo. Con l’ovvia conseguenza che il sistema è assolto. Si finisce per credere – diciamolo nel modo più semplice – che il problema siano i singoli personaggi (più o meno piccoli, più o meno ridicoli a seconda dei casi) e non il sistema finanz-capitalistico, basato sul classismo, sul folle principio della crescita infinita e sull’alienazione come stile di vita.

Occorre, allora, lasciare al “si dice” del circo mediatico la chiacchiere sui nomi e ragionare de re ipsa. E la res ipsa in questione riguarda un aspetto che così vorrei esprimere: di sovrano oggi vi è solo il mercato, con banche e finanza in primo piano.

Tutto il resto è subordinato e secondario, Stati compresi; i quali Stati, ove ancora esistano e non siano messi in congedo dalle sacre norme della mondializzazione, divengono i semplici garanti della lex oeconomica. La loro funzione, appunto, cessa di essere la tutela dei cittadini: divengono puri continuatori dell’economia con altri mezzi. Salvano le banche, quand’anche ciò costi la vita di lavoratori e risparmiatori. La modernità era sorta con il riconoscimento dello Stato “superiorem non recognoscens” (Bodin): oggi muore con l’economia mercatistica “superiorem non recognoscens”, a cui gli Stati debbono piegarsi.

È il sistema finanziario oggi a dettare la linea politica: una politica di lacrime e sangue, tutta dalla parte del capitale e contro il lavoro, tutta dalla parte delle banche contro i popoli e i lavoratori. La lotta di classe non è finita, come falsamente si continua a ripetere: semplicemente, col sistema finanziario, è diventata un massacro di classe, con cui i dominanti si stanno prendendo tutto, compresa la vita dei dominati.

Dall’89 in poi, la lotta di classe è diventata una “rivolta delle èlites” (Lasch): i dominanti si riprendono tutto ciò che i dominati erano riusciti a ottenere nel Novecento (Stato sociale, diritti, orari di lavoro, diritto di sciopero, ecc.). Finito il compromesso con lo Stato, il capitale è passato all’offensiva. E lo fa anche grazie al sistema bancario, strumento nella lotta di classe che permette ai dominanti, appunto, di riprendersi tutto.

Già Marx nel “Capitale” scagliava i suoi dardi contro la “moderna bancocrazia”, “questa genìa di bancocrati, rentiers, mediatori, agenti di cambio e lupi di Borsa” (“Il capitale”, I, cap. XXIV, n. 6): egli aveva capito ciò che a molti sfugge, anche a molti di quelli che da “destra” (per quanto possa ancora valere oggi questa categoria topografico) criticano l’usura e le banche. Aveva cioè capito che capitale, banche e finanza non sono “cose”, ma rapporti sociali, nessi di dominio e servitù occultati dalla mediazione delle cose e del denaro.

Questa vicenda ci insegna che il sistema bancario, se non è limitato dalla politica e da quella che con Hegel potremmo con diritto chiamare la potenza etica dello Stato, genera tragedie sociali di ogni tipo. Oggi si parla senza tregua di terrorismo. Quel che non si dice è che è terrorismo anche l’inaudita violenza economica del sistema finanziario capitalistico, che produce impunemente cadaveri e tragedie. Il sistema bancario – occorre rilevarlo, e solo in apparenza è un paradosso – non è meno terroristico dell’Isis. A meno che non si distinguano le morti, giustificando quelle generate dal debito.