“Io sono inattaccabile, non ho scheletri nell’armadio, persino i 5 stelle non mi possono dire nulla. Io sono il candidato di esperienza, l’unico che può riuscire a battere la Lega a Varese”. Questa è l’autopresentazione di Daniele Marantelli, deputato del Pd dal 2006 e vecchia volpe della sinistra varesina: già consigliere regionale per due legislature (dal 1995 al 2005) e consigliere comunale nei dieci anni precedenti. E oggi vuole fare il candidato sindaco. Quella di Varese, per mille ragioni, è una sfida dall’alto contenuto simbolico.

Il leghista rosso, ex “alleato” di Maroni
Qui la Lega Lombarda ha mosso i suoi primi passi e governa ininterrottamente da 22 anni e 3 sindaci. Il primo consigliere comunale del Carroccio (Giuseppe Leoni) era stato eletto addirittura nel lontano 1985. Era l’alba del leghismo. Cinque anni più tardi, nel 1990, la Lega aveva superato la soglia del 20%, portando 9 consiglieri a Palazzo Estense. Tra di loro anche un giovane Roberto Maroni. Ed è sui banchi dell’opposizione di quel consiglio comunale che è nata un’amichevole collaborazione tra l’attuale governatore della Regione Lombardia e Daniele Marantelli, a quell’epoca ancora nel Pci. I due hanno condiviso alcune battaglie politiche contro il traballante potere politico dei colossi della Prima Repubblica. Poi è arrivata Mani Pulite, la Lega ha spiccato il volo e i comunisti sono diventati postcomunisti. Ciascuno per la sua strada, ma a Marantelli è sempre rimasta attaccata l’etichetta del “leghista rosso”, apertamente federalista e interprete del pensiero padano. Ed è aggrappandosi a quell’immagine che oggi rivendica il ruolo di anti-Lega, paladino di una coalizione capace di sradicare il leghismo dalla sua culla.

Le primarie e gli altri 3 contendenti
Un’immagine che non gli è bastata per imporsi come candidato unico, trovandosi costretto a dover affrontare il meccanismo delle primarie di coalizione che saranno celebrate il 13 dicembre (con buona pace del partito, che ha fissato il primarie day per marzo). I candidati sono 4, oltre al deputato c’è un altro tesserato Pd, Davide Galimberti, il più giovane dei contendenti: avvocato 39enne poco conosciuto in città, che gode però di appoggi trasversali e non dispiace anche ad una parte di Comunione e Liberazione, movimento cattolico che a Varese ha sempre dimostrato di saper muovere importanti pacchetti di preferenze. Gli altri due nomi in gara sono esterni al partito, anche se con il Pd hanno relazioni consolidate, vuoi per convergenze, vuoi per appartenenze passate. Si tratta di Daniele Zanzi, agronomo d’esperienza che guida l’eterogeneo comitato Varese 2.0 e l’outsider Dino De Simone, ambientalista, già consigliere comunale ai tempi dei Ds, che oggi rifiuta l’etichetta di civatiano e propone una formula civica.

I renziani tiepidi, il sostegno degli ex Giovani Turchi
È la prima volta che a Varese il centrosinistra sceglie la via delle primarie, difficile  fare delle previsioni sull’esito finale, anche se molti osservatori pensano che la competizione si risolverà con un testa a testa tra i due candidati di partito: Marantelli e Galimberti. Apparentemente il vecchio contro il nuovo, anche se non sembra esserci una divisione netta tra le posizioni di chi sostiene il rinnovamento evocato da Renzi e chi vorrebbe un partito ancorato a posizioni e volti di solida tradizione. Di sicuro in queste primarie la politica nazionale non ha preso posizioni esplicite fino all’ultimo. I leader del Pd per tutta la durata delle primarie non si sono spesi per un uomo o per l’altro. Luca Lotti, quando è passato da Varese, ha detto chiaramente “non faccio il tifo per nessuno” e c’è da giurarci che se da Roma (o da Firenze) qualcuno avesse voluto appoggiare apertamente Marantelli non si sarebbe fatto scrupolo di farlo sapere. L’appoggio dell’associazione Rifare l’Italia, la corrente di Orfini e Orlando, a cui ha aderito lo stesso Marantelli, arriva sul filo di lana, con un doppio appuntamento in cui in città sono passati prima il ministro Andrea Orlando e poi l’eurodeputata Simona Bonafè.

“Sfida aperta, ma non ho mai avuto candidature blindate”
Lui, che all’epoca delle primarie del 2012 aveva sostenuto la mozione Bersani, passando poi alla corte del ragazzo di Rignano, non si cruccia né dell’appoggio sottotono né del fatto di doversi giocare la candidatura alle primarie: “Mi sono sempre guadagnato l’elezione conquistando le preferenze sul campo, mai avuto una posizione blindata, né da Bersani né da Renzi”. Prima della volata finale dal partito era arrivato qualche segnale nei suoi confronti solo dalle seconde e terze file (compresi quelli che fino a qualche mese fa nei corridoi delle segreterie giuravano e spergiuravano che di fronte alla prospettiva di Marantelli candidato avrebbero stracciato la tessera). Gli uomini forti del partito ufficialmente si sono tenuti al di sopra delle parti, evidentemente la competizione è troppo aperta e la paura di restare scottati da un appoggio sbagliato è troppo alta.

Lega del dopo-Fontana, ipotesi di un candidato esterno al partito
Il risultato delle  primarie del 13 dicembre potrebbe condizionare anche le scelte degli avversari. Non tanto quelle del M5s che ha lanciato da tempo la candidatura dell’architetto Alberto Steidl (dopo le primarie online del marzo scorso), quanto per il centrodestra, che nel 2016 vivrà la sua prima vera prova dall’esito incerto dopo tanti anni di egemonia assoluta. Mentre si sta per concludere l’ultimo mandato di Attilio Fontana, ora la Lega sta pensando anche all’ipotesi di un candidato esterno al partito, un uomo della società civile. Forse perché non c’è un uomo di partito pronto ad immolarsi per la causa. Forse perché serve un escamotage per dare un aspetto nuovo ad una ricetta antica, in un momento in cui le candidature di partito e le figure dei politici di professione non sono ben viste dagli elettori. Una scelta, quella leghista, che potrebbe essere presa proprio in chiave anti-Marantelli, il post-comunista che conosce il pallone ed è amico di Maroni. Uno che sta sulla scena politica da oltre trent’anni e che forse, proprio per questo, non è il miglior antidoto al leghismo spregiudicato di stampo salviniano, capace di ammainare le bandiere in nome del risultato.