C’è chi parla di “un Partito democratico diventato di destra con una scelta di campo precisa”. Chi sottolinea il “tradimento delle idee della base e l’assenza di democrazia interna”. E ancora chi, con toni meno polemici ma comunque fermi, chiede “un maggior radicamento sul territorio per evitare di mobilitare il partito solo nei periodi elettorali”. Il senso, però, è quello di un Pd che non ha rispecchiato il sogno di molti. Non solo delle nuove generazioni di parlamentari nati e cresciuti all’ombra del renzismo, come Matteo Richetti, che ha recentemente parlato di “un partito senza identità” che “non è più di nessuno”. Ma soprattutto dei suoi fondatori. Dopo la sortita di Franco Monaco e la risposta di Arturo Parisiilfattoquotidiano.it ha interpellato alcuni esponenti di spicco dei democratici che otto anni fa, a vario titolo, hanno lavorato alla nascita del partito. Ricavandone un quadro molto critico. Tanto che alcuni di loro, come Sergio Cofferati e Marco Follini tra gli altri, hanno addirittura preferito intraprendere altre strade.

ALTO TRADIMENTO – In prima linea nell’accusare il partito di uno spostamento a destra c’è la vecchia guardia. L’ex sindaco di Napoli, Rosa Russo Iervolino, per esempio, esprime un giudizio tranchant: “Il Pd non rispecchia il progetto iniziale. Avrebbe dovuto unire le culture riformiste, laiche e cattoliche con principi semplici alla base: democrazia, giustizia sociale e solidarietà. Ma oggi – prosegue l’ex primo cittadino partenopeo ed ex ministro degli Interni – la democrazia nel partito è scarna, quasi inesistente”. Le colpe, secondo Iervolino, sono in gran parte di Matteo Renzi. Autore, a suo dire, di “politiche che sono di destra, in particolare sul tema dei diritti sociali”. Insomma “il cambiamento è avvenuto sia nel contenuto politico che nei metodi. Il nostro patrimonio si è disperso negli anni – conclude – ma la situazione è precipitata negli ultimi tempi”. L’europarlamentare Sergio Cofferati, ex segretario generale della Cgil, non è più tenero nel giudizio. Tanto che, come noto, ha preferito lasciare il partito dopo le primarie in Liguria, perse con l’ombra dei brogli. “Il Pd non fa più riferimento ai valori ai quali dovrebbe ispirarsi”, cioè “quelli che riguardano i diritti delle persone e del lavoro”. Certo, non tutte le colpe sembrano essere dell’attuale segretario-premier, perché “qualche problema c’era stato anche prima della segreteria di Renzi, ad esempio con il governo Monti”, osserva Cofferati. “In quella fase il Pd ha deviato dalla sua strada proprio sui diritti, ma erano deviazioni giustificate dal carattere temporaneo del governo. Con Renzi questi cambiamenti sono stati strutturali – chiosa l’ex sindacalista –. Ora sono la linea ufficiale del Pd”. “Non è certamente questo il Pd che avevamo immaginato durante l’atto di nascita”, dice sulla stessa lunghezza d’onda il senatore Maurizio Migliavacca, che per quattro anni (dal 2009 al 2013) ha ricoperto il ruolo di coordinatore organizzativo del partito. “Io e gli altri fondatori avevamo pensato una forza politica saldamente ancorata all’alveo del centrosinistra, una forza che camminasse su due gambe: gli elettori e gli iscritti”. Un disegno tradito. “Mentre il numero dei primi, se pur con risultati altalenanti, tutto sommato tiene, gli iscritti diminuiscono a vista d’occhio – spiega Migliavacca –. Un segnale certamente non positivo”.

TOCCO DI CLASSE – Anche per un altro dei fondatori, Marco Follini (uscito nel 2013), “la premessa iniziale con la quale è nato il Partito democratico è venuta meno perché nel frattempo è cambiato il Paese”. Si tratta, insomma, di “un percorso incompiuto al quale è impossibile oggi come oggi dare un voto”, dice l’ex segretario dell’Udc. Secondo cui è necessario aprire un dibattito per capire “qual è l’idea di Italia che si intende mettere in campo: la direzione che il partito deve intraprendere ne è solo la conseguenza”. Anche perché “il Pd aveva fra i suoi obiettivi quello di accorciare le distanze – spiega Follini –. Mi riferisco in particolar modo a quelle riguardanti il divario dei redditi e l’altro fra Nord e Sud”. Obiettivi di questa portata richiedono, adesso, qualcosa di più di un ragionamento di partito: “Bisogna dare vita ad una nuova fase costituente nella quale domandarsi, per esempio, se la politica è essenzialmente scelta di un leader, e allora le primarie sono un must, oppure se deve tornare ad essere, come io credo, un confronto di idee. È solo su questo sfondo – aggiunge – che si può affrontare il tema della natura del Pd, partito del socialismo europeo oppure partito della Nazione sul modello centrista”. In definitiva, quindi, per Follini “il consenso deve fare riferimento a un’idea”, altrimenti non si va da nessuna parte. Problemi evidenti, insomma. Testimoniati anche dalle parole della senatrice Anna Finocchiaro, oggi presidente della commissione Affari costituzionali di Palazzo Madama: “Dobbiamo investire molto di più nel radicamento sul territorio, non bisogna mobilitarsi solo nei periodi elettorali. Un altro compito – aggiunge – è quello di fare formazione delle classi dirigenti, un nostro tallone d’Achille. Tuttavia, penso che sulla linea politica stiamo sviluppando l’idea originaria del partito, anche andando controcorrente. Mi riferisco in particolare al diritto di cittadinanza e alle politiche sull’immigrazione”. Per Finocchiaro, comunque, serve una “maggiore ambizione”. Perché, conclude, “bisogna sempre alzare l’asticella degli obiettivi da raggiungere”.

DITTA IN PERDITA – La senatrice Linda Lanzillotta, anche lei tra le fondatrici del Pd, ha avuto invece un percorso accidentato, essendo uscita dal partito nel 2009 con l’adesione all’Alleanza per l’Italia (Api) di Francesco Rutelli. A Palazzo Madama, nel 2013, è stata poi eletta nelle liste di Scelta Civica, prima di tornare alla base nel febbraio 2015. Nuotando controcorrente, a suo modo di vedere il problema del Pd non è stato rappresentato tanto da Matteo Renzi quanto dal suo predecessore: Pier Luigi Bersani. “Il Pd doveva essere a vocazione maggioritaria, come spiegò Walter Veltroni nel discorso del Lingotto. Questa concezione è stata tradita con la segreteria di Bersani, quando prevaleva il principio della ‘Ditta’”, ragiona Lanzillotta. E ora, invece? “Renzi ripropone lo stesso progetto iniziale – risponde –. Si sta ponendo di nuovo gli obiettivi previsti alla fondazione. In questo senso il Pd sta ripercorrendo la rotta interrotta con Bersani”. “Se c’è una continuità con il Partito democratico nato otto anni fa? In molti fanno fatica a vederla”, risponde Marina Magistrelli, senatrice per tre legislature e vicina all’ex premier, Romano Prodi. “Il nostro motto, ‘uniti per unire’, in buona parte si è perso”, spiega. Aggiungendo che “la colpa non è solo di Renzi, che pure deve assolutamente evitare la deriva del partito della Nazione, la quale rimetterebbe in discussione l’essenza stessa del Pd” e che “in tanti non capirebbero né gradirebbero”. Ma di errori, per Magistrelli, ne hanno commessi tutti. Compreso l’ex segretario. “Ho creduto in Bersani e l’ho appoggiato, ma nell’ultima fase della campagna elettorale in vista delle elezioni del 2013 ha commesso diversi errori che hanno indebolito la spinta elettorale del partito”, dice. Ecco perché ora “serve aprire una seria discussione politico-programmatica per capire che cosa vuole davvero diventare il Pd”.

RIPIANTIAMO L’ULIVO – Ma non è tutto. Perché c’è anche chi sogna un partito di respiro maggiormente internazionale. Come Barbara Pollastrini, ex ministro per le Pari opportunità del secondo governo Prodi, anche lei tra le fondatrici del Pd. Secondo la quale “quello di oggi assomiglia ma non è il Partito democratico che avevamo sognato e che vorrei”. Anche in Europa. Dove, dice la deputata dem, “bisognerebbe, nell’alveo del Pse, dialogare e contaminarsi con altre esperienze come Syriza e Podemos. Magari recuperando lo spirito dell’Ulivo e mettendo da parte una logica di autosufficienza”. Anche per Pollastrini, insomma, quella del Pd è ad oggi una “scommessa riuscita a metà” e da “immaginare nuovamente”. Un partito che però “deve essere saldamente ancorato alla sinistra e al centrosinistra, senza strizzare troppo l’occhio ad un centrismo da ancien règime. Una forza che guardi alle periferie e recuperi un uso sobrio del potere, che stia dalla parte degli svantaggiati. Se si pensa che l’obiettivo sia solo vincere e stare comunque al governo – conclude – si smarrisce l’anima del progetto iniziale”.

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