Sono ore di alta tensione tra Iraq e Turchia. Il primo ministro iracheno Haidar al Abadi, dopo avere ingiunto ad Ankara di ritirare le sue truppe dal nord dell’Iraq entro domani, ha messo in allarme l’aeronautica militare perché sia “pronta a difendere la patria e a proteggere la sovranità nazionale”.

A inizio dicembre, il governo turco aveva inviato un contingente  – per Ankara 150 soldati, secondo fonti Usa 1.500 – nella regione di Mosul, controllata dai miliziani dello Stato Islamico dal giugno 2014. Il 5 dicembre Baghdad aveva protestato una prima volta, chiedendo ad Ankara di “ritirare immediatamente” le sue truppe, precisando di non aver “avallato nessun dispiegamento di truppe” turche nell’area e che quindi lo schieramento costituisce “una violazione delle norme e del diritto internazionali”.

“Il campo di Bashiqa, 30 chilometri a nordest di Mosul, è una struttura di addestramento creata per sostenere le forze locali volontarie che combattono in terrorismo – rispondeva in un discorso in diretta tv il premier turco Ahmet Davutoglu – i nostri soldati fanno un’attività di routine per addestrare e proteggere la zona. La Turchia non mira al territorio di nessun Paese. Le nostre priorità sono il benessere e la sicurezza dell’Iraq e della Siria”.

In giornata la tensione è tornata a salire. Nelle prime ore del mattino Davutoglu assicurava: “Non schiereremo altre truppe a Bashiqa finché le vostre preoccupazioni sulla questione non si saranno placate”, ha scritto il premier turco in una lettera inviata ad Al Abadi. Poco dopo il quotidiano Hurriyet scriveva che Ankara aveva “ritirato 350 soldati schierati al confine iracheno, in attesa di entrare nel Paese”.

Il portavoce del ministero della Difesa di Baghdad ha confermato notizie di fonti militari turche secondo le quali la Turchia ha cominciato a ritirare le sue truppe, ma ha aggiunto che le unità entrate nel Paese giovedì si trovano ancora nella regione di Mosul “con il pretesto di difendere il campo di Zilkan“, dove vengono addestrate forze anti-Isis. Ricevendo oggi il ministro degli Esteri tedesco, Frank-Walter Steinmeier, Abadi ha ribadito che “l’ingresso di forze turche in Iraq è inaccettabile ed è avvenuto senza un accordo con il governo iracheno”.

A Abadi ha affermato, poi, che “la maggior parte” del petrolio dell’Isis viene trafficato fuori dal califfato attraverso la Turchia. Un’accusa che ricalca quelle analoghe rivolte ad Ankara da Mosca, secondo la quale il presidente turco Recep Tayyip Erdogan e la sua famiglia sono direttamente coinvolti in questo traffico.

A sua volta, Ankara torna a puntare il dito contro Mosca, definendo una “provocazione” il passaggio di ieri di una nave da guerra russa, la Caesar Kunikov, con missili pronti al lancio sullo stretto del Bosforo è stato una “provocazione”. Lo ha detto il ministro degli Esteri turco, Mevlut Cavusoglu. L’ira di Ankara era scattata dopo che alcune tv avevano mostrato le immagini di un soldato russo a bordo della nave con in spalla un lanciamissili terra-aria, apparentemente pronto all’uso.

Cavusoglu ha chiesto alla Russia di agire “in modo più maturo”, sottolineando che finora la Turchia non ha bloccato il passaggio delle navi di Mosca attraverso il Bosforo, nel rispetto della convenzione di Montreux, ma che in futuro fornirà le “risposte necessarie a situazioni giudicate come una minaccia”. Le tensioni tra i due Paesi restano forti dopo l’abbattimento il 24 novembre scorso del caccia Su-24 russo al confine turco-siriano da parte degli F-16 di Ankara.