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Nel pianeta femminista, in cui si parla il femministese stretto, molte donne, femministe della differenza, SeNonOraQuandiste Resuscitate (SnoqR), Vip dalle apparizioni periodiche che manco la Madonna con gli effetti speciali (mentre la base, ovvero Snoq Factory è costretta ad un continuo dissociarsi dalle posizioni delle Snoq più conosciute che attualmente rappresentano solo se stesse), donne dalla spinta morale in là verso il divino che le induce a pensare di poter gestire i corpi altrui, fanno un gran baccano a partire dai propri blog o i quotidiani di riferimento, Repubblica, Famiglia Cristiana, Avvenire, a proposito del tema della Gpa (Gravidanza per Altri).

In effetti la questione è andata un po’ oltre il limite posto all’uso dell’utero per dare figli a coppie gay, perché inorridiscono quando di fatto usano il brutto concetto di “utero in affitto” ma inorridiscono anche al solo pensiero che le donne, più in generale, possano voler dare figli alle sorelle, madri, amiche, figlie, a donne desiderose di maternità che realizzano tramite un prezioso dono fatto da altre. Il discorso, al limite dell’isteria collettiva, che si appella ad una supposta emergenza sull’improprio uso dell’utero, parte in effetti da lontano.

Avete presente i conservatori che decidono la suddivisione di compiti ripartiti per genere di competenza? Le donne fanno le femmine e gli uomini fanno i maschi. Ecco, se pensavate che la divisione per natura, concettualmente, riguardasse reazionari maschilisti ora dovrete adeguarvi all’idea che tra femministe si dice pressappoco la stessa cosa. Le donne, biologicamente riconosciute in quanto tali, si riconoscono dalla differenza sessuale, dicono le femministe della differenza e anche un bel po’ di conservatrici che la pensano allo stesso modo. Noi siamo fatte per far figli, aver cura di loro, e alla natura va riconosciuto quel che è della natura. Praticamente dicono che le donne sterili dovranno accontentarsi e gli uomini, che per natura sono sterili al quadrato, non dovranno mai esprimere un desiderio di genitorialità.

Ma se la questione della genitorialità delle coppie gay va trattata senza scadere banalmente nella più bieca omofobia, il punto è che ad affondare le unghie sulla discussione in corso ci sono tutte quelle persone che da anni tentano di imporre una visione autoritaria della gestione istituzionale dei nostri uteri. Porre un divieto su quel che io vorrò fare del mio utero significa mettere in dubbio la legge sull’aborto, il diritto di gestirsi in senso autodeterminato, il diritto all’eutanasia, per esempio, al rifiuto di terapie invasive e al diritto di considerare il proprio corpo un mezzo per raggiungere obiettivi che altre potrebbero non condividere.

È in gioco la mia, la vostra libertà, ed è in gioco anche quel minimo progresso fatto a proposito di nuovi femminismi. Quel che leggo mi riporta a essere legata alla mia obbligata e biologica donnità. Così riporta l’uomo a essere biologicamente maschio. Potrà essere complicato da riconoscere ma in questo discorso c’è una gran dose di intolleranza nei confronti di chi non ama definirsi a partire dal sesso biologico. Com’è possibile che non ci si renda conto che questa visione, dell’ormai misticheggiante femminismo della differenza e di una Snoq che pensavo defunta, ci impone ruoli che non è detto che vogliamo scegliere? Che ne è stata della libertà di scelta? E che ne è stato di quel che consideriamo il diritto all’ultima parola su quel che accade al proprio utero?

L’utero è mio ma lo gestisce un’altra che pensa che tutte le donne siano vittime di uomini cattivissimi, finanche i terribili gay, tra i quali alcuni si precipitano a prendere le distanze dal desiderio di genitorialità espresso da altri (ché se loro non vogliono figli anche gli altri si devono adeguare, alla faccia della laicità) perché, forse, così rassicurano omofobi e cattolici scendendo a compromessi pur di ottenere una legge sulle unioni gay. Così facendo, però, viene sacrificata l’autodeterminazione femminile. Si parla dei nostri corpi in una maniera che potreste far risalire a prima degli anni sessanta. E io davvero non ci sto. Perciò faccio appello a quelle che considerano il femminismo come una bella stanza tutta per noi in cui la discussione è laica, è a partire da noi e in cui si dovrà ribadire che a prescindere dalla mia idea non posso imporre nulla a te che anche la pensi in modo diverso. Il femminismo non può davvero essere questa cosa che tende sempre più a destra, vittimizzando tutte le donne al punto da pensare che non siamo più in grado di decidere per noi stesse. È un femminismo dogmatico, proibizionista, sempre più autoritario, quello che dall’alto di una decisione presa a tavolino da alcune, impone comandamenti a tutte le altre considerate vittime, deboli, incapaci di intendere e volere.

Quel che queste donne mettono in atto è una azione paternalista e uno schema patriarcale sicché i nostri corpi si vorrebbe riconsegnarli allo Stato/tutore/protettore che deciderà per noi.

Faccio appello a quelle che hanno voglia di raccontarsi a partire dalla propria diversità, qualunque cosa pensino, non necessariamente a favore della Gpa, ma per favore riportiamo il dibattito in zona laica, dove io non devo essere costretta a discutere in zone binarie, con te o contro di te, e dove ogni opinione non tende alla realizzazione di misure repressive contro nessuna, perché questo non è il femminismo che mi piace e credo non sia il femminismo che piace a tante.

L’urgenza, i toni emergenziali che richiedono leggi repressive, autoritarie, che prendono a pretesto le donne, nel più orrendo pinkwashing per far tornare sulle prime pagine donne di partito, anime tristi del femminismo italico che esauriscono sempre più la forza di impatto sulla precaria vita reale delle donne, il nome delle Snoq risorte o per richiedere alleanze con la Chiesa, neanche fosse tempo di riunirci in partigianerie, dove non c’è destra né sinistra ma c’è un delizioso magma che espelle e scomunica quelle che di quel femminismo non vorranno sentir parlare. Please, riportiamo il dibattito in quella zona suggerita dalle mamme di Famiglie Arcobaleno.

Perché altrimenti c’è da chiedersi seriamente: è questo il femminismo che vi piace?

Mentre scrivo, altre donne di Se Non Ora Quando precisano che l’appello a nome di Snoq sarebbe in realtà redatto da un solo Comitato di Snoq. In una comunicazione riferita ad un articolo di Repubblica scrivono “(…) chiediamo che dal sottotitolo si elimini la nostra sigla, perché le conseguenze di questo errore, in cui sicuramente si è incorsi per buona fede, si stanno già ripercuotendo negativamente sul nome e sulla dignità di Se non ora quando. Difatti le dichiarazioni pomeridiane di M. Gasparri, C. Giovanardi e monsignor Galantino, plaudendo alle non veritiere posizioni ideali di Snoq sulla maternità surrogata, ci pongono in serie difficoltà. Non intendiamo prestare il fianco ad alcun genere di strumentalizzazione, che vada nel solco di utilizzare Se non ora quando per chiedere addirittura che il ddl Cirinnà, ad un passo dal dibattito in aula, ritorni in commissione parlamentare. Per tale ragione vi chiediamo formalmente di eliminare Se non ora quando dall’occhiello dell’articolo in questione, poiché un tema così particolare, come la maternità surrogata, non ci vede consenzienti né ad un sua trattazione ambigua, né all’attribuzione all’intero movimento ‘Se non ora quando’ di posizioni di un singolo comitato.”