“Sto pensando di lasciare il Paese nel caso i servizi sociali taglino il mio sussidio”. Ci sarebbe da augurarselo, perché a proferire queste parole è Abdul Rahman Nauroz, cittadino curdo iracheno e “capo italiano” della presunta cellula jihadista, che aveva base in Alto Adige, disarticolata dall’inchiesta Jweb. L’operazione, nata da un’indagine del Ros dei Carabinieri del 2011, ha coinvolto le polizie di mezza Europa e lo scorso 12 novembre ha visto finire in galera 17 persone. Sei solo in Italia, anche se due verrano scarcerate qualche giorno dopo. Nauroz è l’esponente di punta, ma non è l’unico presunto guerrigliero a sbarcare il lunario grazie al welfare italiano.

L’organizzazione decapitata, dal nome evocativo Rawti Shax, letteralmente “ritorno alle montagne”, aveva diversi obiettivi: reclutare combattenti per la guerra santa di Daesh in Siria e Iraq, compiere attentati in Europa e rovesciare l’attuale governo del Kurdistan iracheno per sostituirlo con un regime teocratico del tutto simile allo Stato islamico del califfo al-Baghdadi.

Il gruppo, ai comandi del mullah Krekar (detenuto in Norvegia), aveva ramificazioni in tutta Europa, ma una delle sue sedi operative più importanti era sotto le Dolomiti, fra le città di Bolzano e Merano.

E, leggendo le oltre 1200 pagine dell’ordinanza, emerge che a finanziare il jihad erano anche gli ignari contribuenti altoatesini.

Sì, perché l’appartamento usato da Nauroz come quartier generale della colonna italiana di Rawti Shax, era stato affittato dal comune di Merano e ceduto gratuitamente al presunto terrorista. Il motivo? L’uomo era un richiedente asilo: come risultava dalla documentazione presentata (poi rivelatasi falsa) era perseguitato, ironia della sorte, dagli estremisti islamici.

E’ in quel monolocale che si tengono le riunioni più importanti del gruppo e le attività di proselitismo. E’ sempre lì che trovano rifugio i complici di Nauroz. “Un crocevia strategico tra nord Europa e Medio Oriente, a quanti, elementi qualificati, in Italia abbiano bisogno di una base di appoggio”, scrivono gli investigatori che iniziano a mettere a fuoco la cellula italiana proprio grazie alle cimici piazzate nella socialhaus data in concessione all’iracheno.

Ed è fra quelle quattro mura che durante gli incontri notturni si possono ascoltare alcuni dei deliranti proclami jihadisti, frasi del tenore di “non avrò pace fino a quando non avrò ucciso qualche ebreo”, oppure “i militanti del Partito democratico del Kurdistan non sono persone innocenti e ucciderli è giusto” e così via.

Nauroz poi non gode solo dell’appartamento. Come riporta l’ordinanza dei Carabinieri, l’uomo “riceve un sussidio di sostentamento mensile”. E poi ci sono i corsi di aggiornamento professionale che la provincia autonoma di Bolzano organizza per i disoccupati: opportunità che l’uomo non si lascia scappare. Come rivela a tre connazionali mentre cerca di convincerli di andare a combattere in Siria, l’iracheno frequenta un corso da fabbro a Merano, ma, scrive il Ros, “precisa di aver aderito a tale iniziativa al solo fine di acquisire specifiche competenze meccaniche per costruire ordigni esplosivi artigianali”.

Nauroz non è il solo presunto jihadista a essere mantenuto dai servizi sociali. Almeno un altro membro del suo sodalizio usava il welfare italiano per finanziare il terrorismo. E’ Hasan Saman Jalal, anche lui iracheno, che, secondo le carte, “destina parte dei contributi pubblici ottenuti per finanziare le attività terroristiche di Rawti Shax”. Prima dell’arresto, il trentaseienne viveva a Bolzano con moglie e cinque figli. Una famiglia numerosa che ha sempre tirato avanti grazie all’assegno di sussidio elargito dalle istituzioni pubbliche. Fin dal 2012 Saman mostra intenzione di voler diventare un foreign fighter: le sue mete preferite sono Iraq, Afghanistan e Cecenia. In una conversazione intercettata, chiede a Nauroz di organizzare il tutto: “Fallo visto che ho dei soldi, prima che li uso per l’affitto”. In un’altra occasione annotata dagli investigatori, l’uomo si dice pronto a finanziare chi fosse disponibile ad accompagnarlo e a comprare di tasca sua le armi perché è uno dei pochi che “non ha ancora preso parte ad azioni di combattimento”.

Vuole portare con sé tutta la famiglia, ma per motivi organizzativi, è costretto a rimandare il viaggio. Nel frattempo però procede con l’indottrinamento all’Islam radicale dei figli. Che porta avanti con la visione forzata di violenti video jihadisti e con metodi brutali. “Maltrattamenti peraltro anche evidenziati in un provvedimento di affidamento dei minori ai servizi sociali emesso dal Tribunale per i minorenni di Bolzano il 2 maggio 2012”, sottolineano i militari dell’Arma. Shokhan è sua moglie e, prima di realizzare che “l’Isis uccide vittime innocenti”, si mostra completamente complice dei propositi di Saman. Vista l’impossibilità di portare tutta la famiglia al fronte – scrive il Ros – si offre di “attendere il rientro del marito continuando a percepire i soldi del contributo sociale della provincia di Bolzano”.

Eppure per finanziare la lotta armata di Rawti Shax non c’era nessun bisogno dei sussidi pubblici dell’Alto Adige perché, secondo le indagini, l’organizzazione comandata da Krekar disponeva di un fiume di denaro: 400mila euro con cui sono stati addestrati e mandati a combattere almeno 12 uomini.