Torino- “Più di un laboratorio, più di un master: una comunità”. Questo è lo slogan con cui il direttore Savina Neirotti presenta la sua creatura, il Torino Film Lab, che ha appena celebrato alla Scuola Holden la fine dei suoi corsi con la premiazione dei migliori progetti. L’orgoglio della Neirotti è giustificato dall’aver realizzato qualcosa di unico in Europa. Nato nel 2008 per volontà dell’allora direttore del Torino Film Festival Alberto Barbera, il Film Lab è –tecnicamente- un incubatore di talenti, riservato ai film maker di opere prime e seconde, con lo scopo di unire sotto un unico cappello formazione, sviluppo e sostegno alla produzione. Per capire come sarà il cinema indipendente del futuro, è qui che bisogna venire.

Da cosa è nata l’idea del Torino Film Lab?
Dalla consapevolezza che il modo di fare cinema sta vivendo una rivoluzione che rischia di penalizzare i talenti. Fino a una decina di anni fa c’era un unico grande mercato in cui gli sceneggiatori e i registi cercavano un produttore per far partire il loro film. Oggi invece è fondamentale la coproduzione, la capacità di unire le forze nel nome di un progetto. E di mettere assieme un budget, per quanto medio basso. Questa ricerca dell’aspetto finanziario è la differenza con il Sundance Film Festival, al quale ci siamo ispirati.

Che cosa si intende per budget medio basso?
Il costo un’opera prima low budget si aggira sul milione di euro, ma negli ultimi tempi si è riusciti a spendere sempre meno, e oggi si può chiudere un progetto anche con 500mila euro.

Come si accede ai corsi?
Con lo stesso principio di un master. Una volta diplomati in una scuola di cinema si può presentare il progetto; quest’anno su circa 600 candidati ne abbiamo selezionati 12 per ognuno dei nostri cinque programmi. E’ una scelta di vita, perché il costo varia dai mille ai duemila euro, oltre alle spese vive dei viaggi, visto che i workshop dei nostri cinque programmi si tengono in tutto il mondo, dove troviamo i finanziamenti, e tutti i corsi si tengono in inglese.

Come si differenziano i programmi?
Il programma Script & Pitch sviluppa sceneggiature originali. L’Adapt Lab si concentra sull’adattamento di vuol trarre un film da un libro di cui ha già opzionato i diritti. Il Frame Work è il programma per progetti più avanzati, mentre nel programma Story Editing si lavora al cuore delle sceneggiature con story editor professionisti. Poi c’è sempre un momento in cui mettiamo i nostri partecipanti a lavorare uno a fianco dell’altro, per questo dico che la nostra è soprattutto una comunità.

L’ultimo nato tra i programmi è l’Audience design.
Lo abbiamo pensato per superare le difficoltà relative alla distribuzione, il vero scoglio per il cinema indipendente. Si tratta di individuare strategie innovative che non siano il classico passaggio in sala. Cerchiamo un’audience preventiva, per così dire: un pubblico di nicchia che possa essere coinvolto, e raggiunto attraverso la rete, già a partire dalla sceneggiatura.

Che cosa succede in queste giornate torinesi a conclusione dell’anno di lavoro?
E’ il momento decisivo. Arrivano alla Holden 200 produttori da tutto il mondo, i partecipanti presentano il loro progetto, e poi nel pomeriggio si svolgono gli incontri individuali. Ogni produttore, sulla base della presentazione e del catalogo, sceglie con chi vuole parlare. Abbiamo fatto più di 700 incontri one-to-one in questi giorni. Inoltre diamo 435mila euro di premi ai progetti migliori.

Parliamo di progetti realizzati.
Finora abbiamo prodotto in tutto 43 film. Quello che ha avuto il maggior successo di pubblico l’anno passato è Lunchbox, la commedia indiana di Ritesh Batra, mentre tra i 15 usciti quest’anno c’è Ni le ciel ni la terre del francese Clément Cogitore una storia ambientata nel contingente francese in Afghanistan. Questi due titoli rappresentano bene la tendenza in atto: siamo passati da una prevalenza di progetti intimisti, biografici, a racconti più legati all’attualità e a temi politici. Anche l’ungherese Laszlo Nemes, che a Cannes ha vinto il Grand Prix Speciale della giuria con Il figlio di Saul, ambientato ad Auschwitz, è nostro allievo e ha sviluppato il suo secondo film con il suo sceneggiatore. Noi non abbiamo niente da insegnare, noi abbiamo da incubare…

Di Nanni Delbecchi e Antonio Armano