Arriva il bilancio definitivo del collocamento di Poste Italiane. E per via XX settembre l’intera operazione si conferma un affare imbarazzante dove anche le banche collocatrici sono costrette a mettere una pezza comprando titoli sul mercato nei primi trenta giorni di quotazione. A conti fatti, il Tesoro ha infatti intascato appena 3,1 miliardi, 600 milioni in meno delle previsioni più ottimistiche (3,7 miliardi) nonostante il prezzo di saldo al quale è stata venduta la società che raccoglie il risparmio degli italiani per conto della Cassa depositi e prestiti. Complice il deludente andamento iniziale del titolo, anche le banche del consorzio di collocamento hanno dovuto rifare i conti.

Gli istituti di credito (Banca Imi, Unicredit, Mediobanca, Citigroup, Bofa Merrill Lynch, Goldman Sachs, Morgan Stanley, Credit Suisse, Jp Morgan, Ubs) hanno rinunciato a un pezzo del loro compenso che, in aggiunta alle commissioni, doveva arrivare dal diritto ad acquistare 45,3 milioni di titoli a loro riservati al prezzo di collocamento (6,75 euro) nei 30 giorni successivi. La cosiddetta opzione greenshoe. Ebbene, le banche hanno comprato solo poco più di otto milioni di titoli, meno del 20% del totale riservato.

Come mai? Perché, dopo lo sbarco in Borsa, il titolo ha sofferto. Così le banche del consorzio si sono viste costrette a “sostenere” le azioni sul mercato acquistando titoli Poste a un prezzo più basso di quello dell’opzione. Di conseguenza hanno rinunciato in buona parte ad esercitare il loro diritto di acquisto. Il risultato di tutta questa operazione è che il Tesoro si è dovuto accontentare di piazzare sul mercato solo il 35,3% del capitale contro il 38,2 per cento. Detta in soldoni, nelle casse di via XX settembre entreranno 250 milioni in meno delle previsioni relative all’integrale sottoscrizione dell’opzione.

Da questo momento in poi, tecnicamente il consorzio di garanzia ha terminato il suo lavoro e il titolo, sottoscritto da migliaia di risparmiatori, sarà libero di muoversi secondo domanda e offerta di mercato. Per il momento, dopo la prima fase ribassista, l’azione ha recuperato terreno e naviga ora intorno ai 6,9 euro. Ma è evidente che ci vorrà tempo prima che il mercato possa esprimere il giudizio sul “cambiamento” promesso dall’amministratore delegato Francesco Caio che intanto, per la prossima trimestrale, ha già annunciato l’arrivo di accantonamenti che incideranno sul risultato netto del gruppo.