nuzzi fittipaldi 675

È davvero difficile, per un giurista occidentale, comprendere il processo alla stampa che si sta effettuando in Vaticano.

Innanzitutto è davvero incomprensibile come si possa processare in Vaticano due giornalisti che hanno scritto e pubblicato in uno Stato Estero (l’Italia)! In secondo luogo, balza all’occhio che la libertà di stampa è un diritto riconosciuto (quasi) universalmente e un giornalista che abbia notizie ha il dovere di pubblicarle: è il suo lavoro. Non nella città di Cristo, evidentemente. In terzo luogo, le modalità di difesa, compresse oltre ogni limite, sfidano ogni logica: solo avvocati rotali, poche ore per vedere gli atti, tempi tali da non consentire riflessioni approfondite. Che dire del giusto processo, tanto decantato dai nostri politici al punto da modificare la Carta Costituzionale? Ma ciò che desta davvero sconcerto è che le notizie pubblicate dai due giornalisti non sono mai state smentite ed essendo di notevole gravità per chi ha fatto voto di povertà, anche in considerazione dei soggetti investiti, sono di evidente interesse pubblico.

Si potrebbe obiettare che il “crimine” (sic!) contestato riguarda la divulgazione di notizie riservate.

Ma davvero basta dichiarare “riservata” una notizia per far diventare un reato il riferire circostanze di interesse pubblico? E se si fosse trattato di un dossier riservato sull’appoggio che la Chiesa avrebbe per assurdo fornito per garantire l’impunità dei preti pedofili? O di una corrispondenza riservata su un improbabile tentativo della Chiesa di corrompere politici al fine di ottenere finanziamenti illeciti?

In questa prospettiva non stupisce l’osservazione che la Santa Sede non abbia mai aderito alla Convenzione Europea per la Salvaguardia dei Diritti dell’Uomo: come in passato per le sante crociate, le streghe bruciate sul rogo, i processi alla scienza (“eppur si muove”), ecc., la Chiesa continua evidentemente a violare i diritti fondamentali dell’uomo (in questo caso diritti processuali e sostanziali) elaborati dalle culture giuridiche pressoché universali.

Analizzando la questione da un punto di vista strettamente giuridico, a mio avviso, il senso che si prova è di un vero e proprio ritorno al medioevo, e, se si considera la scarsa (a volte nulla) attenzione processuale dedicata ai religiosi pedofili non rimane invece che un senso di indignazione per un processo che, peraltro, appare anche inutile: davvero la Repubblica Italiana potrebbe mai accordare una estradizione, in caso di condanna, verso un Paese straniero (Città del Vaticano) che non garantisce i diritti dell’Uomo?