Il decreto che stanzia i fondi per il Giubileo e contiene anche le disposizioni per inviare 1.500 militari in più a Roma “è pronto, è in fase di trasferimento al Quirinale. E’ questione di ore”. Così il ministro dell’Interno Angelino Alfano, intervistato lunedì da Repubblica Tv, ha confermato che il testo del provvedimento approvato dal consiglio dei ministri ormai dieci giorni fa non è ancora arrivato al Colle per la firma di Sergio Mattarella.  

La cosa ora si è fatta davvero spiacevole e coinvolge a questo punto anche il futuro ruolo del Quirinale. Breve riepilogo. Venerdì 13 novembre, Matteo Renzi scende nella sala stampa di Palazzo Chigi e annuncia l’approvazione in Consiglio dei ministri del “decreto Happy days” (sic). Seguono le relative slide: 200 milioni al Giubileo; 150 al dopo-Expo; 150 per iniziare a portare via le ecoballe dalla Terra dei Fuochi; 100 milioni per costruire campi sportivi nelle periferie (poi citato in tv come provvedimento anti-terrorismo), etc. In tutto circa 900 milioni da dividere su 12 interventi.

Tutto bene, solo che da dieci giorni non si sa che fine abbia fatto questo testo che, essendo un decreto, dovrebbe avere i requisiti di “necessità e urgenza”. Tradotto: non se ne può fare a meno e va adottato subito. Secondo quanto ricostruito dal Fatto Quotidiano, però, quel provvedimento non lo ha ancora visto nessuno: non è andato in pre-Consiglio (la riunione tecnica che dovrebbe servire a preparare le leggi) e nel Consiglio dei ministri è stato all’ingrosso presentato per titoli. Non solo. Mentre veniva approvato, gli stanziamenti del provvedimento erano oggetto di uno scontro assai duro tra Palazzo Chigi e Tesoro sulle coperture durato per giorni. Di più: l’indeterminatezza riguarda persino le cifre stanziate e le modalità dei singoli interventi (quanto dare a chi e come).

Ancora sabato il decreto “Happy days” risultava essere più o meno allo stato gassoso, forse finito in coda ai lavori per emendare la manovra in Senato che sono finiti solo venerdì. A questo punto, però, va chiarito cosa ha approvato il Consiglio dei ministri che – in base alla legge – “determina la politica generale del governo e, ai fini della sua attuazione, l’indirizzo generale dell’azione amministrativa”. Se il Consiglio non approva – e in questo caso ha palesemente approvato al massimo un’intenzione, non certo una legge – il processo legislativo non è valido. La cosa è ancor più delicata se si parla di un decreto, le cui norme entrano in vigore appena finiscono in Gazzetta Ufficiale. Il testo, prima o poi, arriverà al capo dello Stato, la cui firma è necessaria per la promulgazione: è interesse anche di Sergio Mattarella chiedersi se questo modo di legiferare – per di più al riparo della dicitura “necessità e urgenza” – sia compatibile con la normativa che regola l’attività del governo e con un corretto funzionamento del potere esecutivo. Sarebbe forse il caso di far tornare il testo in Consiglio dei ministri e poi inviarlo al Quirinale per dare una parvenza di regolarità all’intera procedura.

La cosa più incredibile è che quel decreto, almeno in alcune sue parti, è urgente davvero. In primo luogo, infatti, quel testo serve a stanziare 200 milioni (forse più, forse meno, chissà) per il Giubileo straordinario che inizia l’8 dicembre. Per capire quanto è ingarbugliata la vicenda, basti dire che in un convegno la scorsa settimana due parlamentari del Pd, Marco Causi e Stefano Esposito – rispettivamente ex assessori a Bilancio e Trasporti della fase finale della giunta di Ignazio Marino – raccontavano cose diverse del testo dopo la sua approvazione. Per Esposito i soldi per le manutenzioni straordinarie di Atac (il cui maggior problema a breve termine è proprio la quantità di mezzi in attesa di riparazione) ammontano in tutto a 2 milioni: “Se è così io il decreto non lo voto e farò una battaglia parlamentare durissima”. Causi, invece, ha sostenuto che ci saranno circa 60 milioni per le spese ordinarie del Comune (35 per quelle della Regione) e un centinaio di milioni per gli investimenti: “Atac potrà attingere da entrambe le poste”. Chi ha ragione? Non sarebbe il caso di saperlo a distanza di dieci giorni dalla vantata approvazione del decreto?

Altra questione urgente è quella di Expo, o meglio di Arexpo, la società che possiede i terreni, partecipata da Regione, Comune e Fondazione Fiera di Milano. Arexpo ha un’esposizione con le banche di oltre 70 milioni di euro e non abbastanza soldi in cassa per far fronte alle scadenze del 2015: i soci non vogliono e non possono metterci altri soldi e aspettano, come gli ha promesso Renzi, l’entrata del governo tra gli azionisti. È proprio il decreto “Happy days” che deve sancire l’ingresso dello Stato (o rilevando le quote di Fondazione Fiera o con un aumento di capitale) e la trasformazione di Arexpo nel “soggetto attuatore” del dopo-Esposizione con Polo tecnologico annesso. Il problema è che martedì c’è l’assemblea dei soci e i creditori aspettano di sapere chi pagherà i debiti.

da Il Fatto Quotidiano del 22 novembre 2015