Rivoglio il mio lavoro, il mio basso stipendio. Rivoglio la mia vita, anche se era una vita di merda ma a me bastava”. Luciana, giovane moglie e operaia da sempre nella provincia laziale, non può più sopportare la situazione in cui si è venuta a trovare, ma sa che non deve arrendersi. L’hanno licenziata perché incinta, cioè perché ha semplicemente esercitato il diritto di qualunque essere umano, nonché il dovere prescritto da Santa Madre Chiesa Cattolica che nel suo paesino impera sulle coscienze e sulle antenne casalinghe. Ma oggi il mondo del lavoro è più cinico che mai, lavorare è un privilegio non più un diritto. Peggio ancora se sei donna.

Con forza ed enfasi è questo il messaggio de Gli ultimi saranno ultimi, opera quarta di Massimiliano Bruno nonché cine-adattamento del suo omonimo lavoro teatrale del 2005. Un film dal “tema difficile, come un pugno nello stomaco che ci racconta quanto siamo in grado di sopportare tutto, ma se umanamente incontriamo un muro la solitudine può portarci a reazioni inappropriate. Serve resistere nonostante tutto, questo è anche il senso finale de Gli ultimi saranno ultimi” dice Bruno presentando la pellicola uscita il 12 novembre per 01 Distribution in circa 300 copie.

Con Paola Cortellesi nella doppia veste di protagonista e co-sceneggiatrice, secondo il regista si tratta di un ulteriore legame lavorativo con l’attrice romana, iniziato nel ’97 in teatro. La stessa Cortellesi ha recitato nell’omonima piéce teatrale dando corpo e voce a tutti i personaggi coinvolti. “Il film come il dramma teatrale elaborano anche il tema del limite: fino a che punto – si chiede retoricamente l’attrice – una persona normale può essere indotta a reagire come fosse una persona pericolosa? E’ chiaro che Luciana perda gradualmente la sua dignità come persona, lavoratrice e come donna, e arriva a commettere errori di reazione”. Iscritto nell’inesauribile filone del cinema sociale sulla precarietà professionale invocato nelle sale di questi tempi anche dal francese La legge del mercato di Stephane Brizé con Vincent Lindon, Gli ultimi saranno ultimi s’interroga specificamente sulla condizione femminile.

“Alla fine del 2005, quando Massimiliano ha scritto la piéce, la questione delle donne lavoratrici con i contratti a termine era in fase di crescita, se ne parlava. Oggi non molto è cambiato con la differenza che non se ne parla quasi più, eccezion fatta per papa Francesco. Inutile raccontarsi e raccontarci delle favole: le donne restano svantaggiate nel lavoro e nella vita, e ci sono ancora molti passi da fare” aggiunge con enfasi Cortellesi. Con lei concorda il regista benché tenga a puntualizzare con una certa ironia che “il film non è né renziano né bergogliano, altrimenti finiva dicendo “gli ultimi saranno i primi”.

Dal punto di vista strettamente cinematografico, Gli ultimi saranno ultimi sembra essere sopraffatto dal suo valore tematico, pur senza scadere nella svilente scia del classico film a tema. Troppa enfasi drammaturgica esplode audio/visivamente nelle pieghe della pellicola, generosa in sincerità e passionalità. Il racconto non nuovo di una donna che perde il lavoro perché in dolce attesa si modula con una certa prevedibilità, mentre avrebbe potuto arricchirsi dell’originalità già messa in campo attraverso il dispositivo teatrale. Forse troppa attenzione al compiacimento del pubblico o semplicemente il desiderio di rispondere a un’emergenza socio-esistenziale imponente: per qualunque di queste od altre ragioni, spiace ritenere il film di Massimiliano Bruno con un trio appassionato di attori (accanto a Cortellesi anche Alessandro Gassmann e Fabrizio Bentivoglio) non completamente riuscito.