“Come se fosse Antani”. In queste quattro parole, anche piuttosto note, l’immaginario e la poetica del nuovo lavoro di Laura Pausini, arrivato a due anni dal Greatest Hits atto a festeggiare il ventennale di carriera e a quattro dal precedente lavoro di inediti, “Inedito” (no, non è un gioco di parole, giuro). Il concept dell’album è che non c’è un concept. Il che dimostra anche una certa genialità. Manco un designer di interni al Fuorisalone di Milano, fino a oggi, aveva osato tanto.
Come fosse Antani, appunto.

Simili, questo il titolo del lavoro, sta lì a indicare come le canzoni scelte da Laura Pausini per questo nuovo lavoro siano in realtà tutte uguali e diverse al tempo stesso. Simili, appunto.
L’idea, ci fa sapere Laura, le è venuta mentre era a fare i documenti per poter lavorare negli USA, guardando le impronte digitali in questura. Suppongo sia un po’ come star lì a guardare le nuvole cercando di riconoscere profili di animali. Toh, un elefante, un ghiro, un cane. Ce la possiamo immaginare, Laura Pausini che si tormenta, perché ha messo insieme un repertorio che non sta insieme, perché si gioca tanto, non tutto ma tanto, con un album di inediti, dopo i numeri erosi dai precedenti lavori. Chiaro, una potrebbe fregarsene e non dire proprio niente, limitarsi a un “ecco le mie nuove canzoni”, ma se quest’una è Laura Pausini, no, non basta. Lei deve mettere d’accordo tutti. Quindi un’idea ci vuole, qualcosa che chiuda il cerchio. Così, guardando delle impronte digitali, Laura scopre che noi esseri umani, come direbbe Mengoni, siamo tutti uguali e diversi tra noi, tutti simili. Ecco l’idea. Così le quindici canzoni della tracklist prendono un senso, le dice il marito e co-produttore Paolo Carta. Così anche stavolta la sfanghiamo. Del resto come potrebbero essere legate tra loro le canzoni di un progetto che metta insieme le penne di Giuliano Sangiorgi, con un brano che evoca le nuvole (Dio, ti imploro, prima che io muoia regalami una canzone di Giuliano o Kekko che non evochi un fenomeno meteorologico), Lorenzo Jovanotti, Biagio Antonacci, L’Aura, Tony Maiello e Nicolò Agliardi? Tratti di scrittura troppo distanti tra loro, seppur uniti da quella mano di coppale che è il canto della stessa Pausini, quello sì in grado di uniformare tutto, e non lo si legga come un complimento.

Passiamo alle canzoni.
Del primo singolo estratto da Simili, Lato destro del cuore, ho già avuto il piacere di scrivere, col plauso dello stesso autore, eviterò quindi di tornarci.
Simili, brano che regala il titolo all’opera, è un pop-rock alla Laura Pausini che ci racconta proprio il concept-non concept dell’album. Il fatto che qualcuno, Nicolò Agliardi e la stessa Laura, si sia preso briga di scriverci su una canzone è encomiabile. Del resto c’è gente che costruisce in soggiorno plastici su cui far viaggiare trenini elettrici o altri che si mascherano da Sailor Moon: di gente encomiabile perché dedita a azioni inutili per il solo scopo di farlo ce n’è parecchia. In realtà Simili è una bella canzone, di classe. Peccato per l’arrangiamento e per l’interpretazione. Contiamo, prima o poi, di sentirla cantata meglio.

200 note l’ha scritta Tony Maiello, il tipo belloccio che dopo essere stato a X-Factor ha vinto Sanremo Giovani, una vita fa. Una ballata delicata, con una quantità di parole assai poco pausiniana. Del resto è il primo brano che scrive per lei, magari non lo sapeva. Molto pausiniano il modo di cantarlo, come se si fosse al mercato e ci si dovesse far sentire nel frastuono dei venditori di uova o di pesce. Del resto, frastuono ce n’è nell’arrangiamento, un arrangiamento orchestrale degno di una colonna sonora da film Dinsey. Se si decide di prodursi da soli il rischio della stucchevolezza è lì, dietro l’angolo.

Innamorata è un reggaeton. Finalmente Laura Pausini è se stessa, quella che ce l’ha como todas che è baciata dal successo presso un pubblico sudamericano. Per esserlo era necessario un brano di Jovanotti, a occhio qualcosa che stava lì nei cassetti. Una canzone del Jovanotti meno introspettivo, quello che scrive sui social, non quello che gira il mondo zaino in spalla. La canzone ce la immaginiamo ascoltata da un gigantesco Ghetto Blaster, mentre ragazzini giocano bagnandosi con l’acqua di un idrante rotto. Purtroppo, invece, la ascolteremo nelle nostre radio, ora che Laura ha chiarito che era tutto un fraintendimento e che lei le ama e loro amano lei.

Chiedilo al cielo è un’altra canzone di Agliardi che porta la firma anche di Laura. Agliardi, che è uno dei nostri autori giovani (si è giovani fino a cinquant’anni, sia messo agli atti) più interessanti. Uno con tratti fossatiani, quando scrive per sé, che poi è in grado di mimetizzarsi come pochi con la poetica di gente come Laura Pausini, con la quale, viene da pensare, a parte la firma alla SIAE, poco ha a che spartire. Lui riesce a arginare i danni, a buttare del bello nel piattume, ma i miracoli no, non può farli.

Ho creduto a me è una ballad che, la cantasse il suo autore (Agliardi)rene girard

, potrebbe anche avere un senso. Questo è un limite dello scrivere canzoni per altri. Poi uno se le immagina per sempre cantante con quella voce lì, con quell’intenzione lì, con quell’interpretazione lì. Bella canzone. Buttata via. Magari la salva il karaoke.

Nella porta accanto è un brano della Laura Pausini cantautrice. Il commento potrebbe fermarsi qui, buttandola sull’ironia. Ma qui c’è poco da ridere. Se avendo letto i credits prima dell’ascolto avevo pensato che probabilmente dietro c’era un ghost writer che non aveva poi firmato il brano, ascoltandolo la malizia ha lasciato il posto alla sconcertante realtà. Davvero ha scritto la Pausini, non ci sono dubbi, purtroppo.

Il nostro amore quotidiano è un altro brano pianistico, sempre di Agliardi. Che dire, gran bel testo. Con parole ricercate. Parole che poi diventano meno ricercate una volta che a cantarle è la Pausini. Succede.

Tornerò (con calma si vedrà) è di Biagio Antonacci. Stavolta niente Ruzzle. Stavolta è il Salento. Tutti scalzi intorno al fuoco. La speranza è che ci sia parecchia sangria, ecco. Prosit.

Colpevole è un pop rock un po’ di mestiere. Io c’ero (+ amore x favore) è il secondo e ultimo brano che porta la sola firma di Laura Pausini, un brano dance. Mio Dio. Sono solo nuvole l’ha scritta Kekko dei Modà. No, scherzo, ci sono le nuvole ma non l’ha scritto Kekko, l’ha scritto l’altro appassionato di meteo, Giuliano Sangiorgi. La Pausini ha paragonato la scrittura a quella di Modugno. Ma è a Miami, lì fa piuttosto caldo e il ventilatore sembra l’abbia regalato a un giornalista poco gradito. Una canzone di Sangiorgi che sembra una canzone di Sangiorgi, solo cantata dalla Pausini. A volte più che le nuvole ci vorrebbe una coltre di nebbia.

Per la musica, brano pop-rock firmato Agliardi, sarà una hit. Lo sapevi prima tu è una canzone che L’Aura ha scritto con la Pausini. L’Aura ha scritto decisamente di meglio, ma stavolta era al servizio della Pausini, non gliene possiamo fare una colpa. Speriamo almeno serva a farla tornare in pista, perché il sacrificio è stato davvero alto.

Ultima canzone, grazie a Dio. È a lei che devo l’amore, scritta da Biagio e che vede la partecipazione di Paolo Carta, il compagno della Pausini, alla chitarra, e di Paola, la loro bambina, alla voce bambinesca. Le ultime tre canzoni, del resto, compongono una specie di sezione a se stante, l’unica in cui la Pausini canta se stessa e non gli altri (ricordate Antani). La prima dedicata alla musica, la seconda al papà Fabrizio, la terza a Paola. Di canzoni dedicate ai figli è piena la storia della musica leggera, da Avrai a Futura, passando per Sarà un uomo e Peppino. Poi c’è questa cosa qui.

Nell’insieme Simili nulla aggiunge a quanto fin qui la Pausini ci ha fatto sentire. Se non il fastidio di altre quindici (quindici!!!) canzoni. In realtà la promessa che tutte le canzoni fossero simili è stata mantenuta solo fino a un certo punto. Alcune canzoni sono simili a quelle del vecchio repertorio, sì. Altre sono migliori, nonostante l’interpretazione della Pausini e gli arrangiamenti. Altre, ancora, sono di una bruttezza quasi imbarazzante. Quindi uguali e diverse, sì, ma anche no. Del resto, ci è andata anche bene, perché se avesse voluto essere più attinente al concept del disco, questo lavoro avrebbe potuto tranquillamente intitolarsi “A cazzo di cane”, e allora avremmo avuto difficoltà a trovare una chiosa al pezzo.

Da domani faranno il giro del mondo, e nel mondo ci rappresenteranno, come popolo italiano. L’idea di essere associato a Innamorata o Io c’ero (+ amore x favore), lo confesso, mi inquieta. Chiaro, all’estero uno può sempre far finta di essere spagnolo o greco, una faccia una razza. Da domani Simili se la vedrà col giudizio del pubblico.