Non è la prima volta che la sua strada intreccia il sentiero della politica. Ma i precedenti non hanno avuto, di certo, la stessa eco. Di sicuro imparagonabili a quello delle dimissioni dei 26 consiglieri comunali che hanno decretato la caduta dell’ormai ex sindaco di Roma, Ignazio Marino. Una vicenda che, per un giorno, ha fatto di Claudio Togna il notaio più famoso d’Italia. E’ stato lui a redigere la scrittura privata autenticata con cui gli ‘onorevoli’ capitolini hanno contestualmente abbandonato i rispettivi scranni dell’aula Giulio Cesare, ponendo fine all’esperienza del Marziano alla guida della capitale. “Se ho sentito il peso del destino di una consiliatura che vede convolti quattro milioni di romani? Certamente sì, ma nella piena consapevolezza di servire, prima di tutto, l’interesse pubblico nel rispetto di una procedura espressamente prevista dalla legge”, assicura a ilfattoquotidiano.it.

Romano, 58 anni, laureato in legge all’università La Sapienza, notaio dal 1989, Togna non è ‘figlio d’arte’. I suoi genitori erano proprietari di un panificio nella capitale. Dove, nel suo studio a due passi da Piazza Cavour con vista sul Palazzaccio (sede della Suprema Corte di Cassazione), si occupa prevalentemente della stesura di atti nel ramo immobiliare e societario. La sua attività professionale ha incrociato, più di una volta, le vicende della politica che conta. Già consigliere giuridico dell’ex ministro della Giustizia Clemente Mastella, Togna ha curato anche la costituzione del Centro democratico di Bruno Tabacci e, prima ancora, dell’Alleanza per l’Itaia (Api) di Francesco Rutelli. Insomma, tutto e sempre nel centrosinistra. “Ma solo per caso”, assicura. Come per caso ha finito per mettere, in qualche modo, la sua firma anche sul capitolo finale dell’epopea di Marino. Quando scorso venerdì ha ricevuto la telefonata dagli uffici del Notariato, con la richiesta di occuparsi dell’autentica delle dimissioni dei 26 consiglieri capitolini, Togna ha preparato la sua borsa e si è incamminato verso il Campidoglio per sbrigare la pratica.

“E’ lì, e non nel mio studio, che l’atto è stato redatto – racconta il notaio –. Un atto che qualunque collega avrebbe potuto curare. Che poi sia stato io ad occuparmene, tra l’altro tengo a sottolineare in via del tutto gratuita, poco importa: in questa vicenda il notaio partecipa alla procedura unicamente nel rispetto del principio di leale collaborazione tra poteri dello Stato”. Un modo per chiarire, che, se congiura davvero c’è stata, come ha denunciato il sindaco uscente Marino, il notaio di sicuro non vi ha preso parte. La procedura in questione (disciplinata dall’articolo 141 della legge 267 del 2000), prevede che lo scioglimento dei consigli comunali e provinciali è determinato dalla “cessazione dalla carica per dimissioni contestuali, ovvero rese anche con atti separati purché contemporaneamente presentati al protocollo dell’ente, della metà più uno” dei consiglieri. E qui entra in ballo il notaio. “L’autentica delle firme in calce alla dichiarazione di dimissioni serve a comprovare, come accaduto nel caso dei 26 consiglieri di Roma, che le rispettive decisioni di cessare dalla carica sono state adottate contestualmente come richiede la legge”, chiarisce Togna.

Immaginando, invece, che fossero state rassegnate con atti separati, qualora non presentati contemporaneamente al protocollo, cosa sarebbe successo? “Che gli appartenenti alla prima componente politica che avessero prodotto l’atto di dimissioni, ad esempio i 19 consiglieri del Pd, essendo in numero inferiore a quello richiesto dalla legge per determinare lo scioglimento del consiglio – prosegue – sarebbero stati sostituiti dai candidati non eletti della stessa lista”. Un esempio che spiega bene le ragioni per le quali la procedura prevede il coinvolgimento di un esperto certificatore. “Un notaio, appunto, non del notaio Togna”, ribadisce. Un’esperienza che, confessa, non dimenticherà tanto facilmente. “Certo, la tensione era alta e si percepiva chiaramente – aggiunge –. Ma se devo essere sincero non ho mai avuto l’impressione di trovarmi di fronte a 26 congiurati, piuttosto a delle persone che hanno deciso di anteporre l’interesse di Roma ai rispettivi destini personali, consapevoli che molti di loro non saranno neppure rieletti”. E pazienza se Marino sembra pensarla diversamente.
Twitter: @Antonio_Pitoni