Non è una scoperta che le carni processate e conservate sono cancerogene. Le prime ricerche in tal senso risalgono a oltre 20 anni fa. Nel 1993 uno studio dell’European prospective investigation cancer and nutrition (Epic) confermò questa correlazione. Perché proprio oggi fa notizia? Lo abbiamo chiesto all’oncologo Armando Santoro, direttore dell’Humanitas cancer center e docente all’Humanitas University a Milano: “Sì, stupisce anche me e credo la maggior parte dei miei colleghi – ci risponde -. Colpa anche dei media che hanno cavalcato l’annuncio in maniera compulsiva“. E aggiunge: “È un’eresia classificare le carni lavorate cancerogene al pari del tabacco. Assurdo anche associarle in particolare al tumore alla prostatata e al colon retto, solo perché sono tra quelli con la più alta incidenza”. Che si tratti di “un allarmismo ingiustificato” lo ha ribadito oggi anche il ministro della Salute Beatrice Lorenzin a margine della cerimonia al Quirinale per la Giornata per la ricerca sul cancro: “Dall’Oms è stato fatto allarmismo e in modo ingiustificato”.

“Ora basta psicosi. Non si può mettere al bando la carne, se consumata una volta alla settimana non uccide nessuno. E poi è ingiusto mandare sul lastrico un intero settore industriale”. A scandirlo è Maria Rita Gismondo, direttrice del laboratorio di microbiologia clinica e virologia dell’Ospedale Sacco di Milano dopo l’ondata di allarmismo per lo studio pubblicato dall’International  agency for research on cancer (Iarc) dell’Organizzazione mondiale della sanità (Oms) sul cancro provocato dalle carni processate. Che sembra non avere scosso più tanto gli italiani: solo uno su dieci (l’11 per cento della popolazione), calcola la Coldiretti, ha rinunciato all’acquisto di carne in questi ultimi due giorni. “Noi viviamo in un mondo immerso di cancerogeni, pensiamo alle sostanzi inquinanti nell’aria, nell’acqua che veicola residui di mercurio e metalli, nel cibo che mangiamo nei paesi asiatici sottoposti a meno controlli e pieni di additivi che in Europa sono proibiti. Un approccio moderato – sottolinea la virologa – salva tutti. Quindi evitiamo di mangiare carne al barbecue troppo spesso, se una volta al mese non c’è pericolo”. Un richiamo alla sobrietà nella comunicazione e nell’interpretazione dei dati dunque. “Il rischio di un tumore deriva da un consumo eccessivo di carni lavorate e conservate, ma non si può stabilire con certezza il legame diretto tra causa ed effetto”.

Intanto in queste ore l’Associazione italiana di epidemiologia (Aie), in occasione del suo 39esimo Congresso nazionale, ha diffuso uno studio choc (intitolato “Riduzione del consumo di carne e delle emissioni di gas serra e benefici per la salute in Italia”) che stima duemila morti l’anno in meno se si riducesse del 50-70 per cento il consumo di carne. Un alimento che, riportano gli epidemiologi, si concentra soprattutto nell’area Nord-Ovest dell’Italia e in media è di 400 grammi/settimana per gli uomini e 360 per le donne.

La lista degli allarmismi è lunga. Vi ricordate quello sul morbo della mucca pazza? Il caso esplode in Italia nel 2001. Cinque anni prima gli scienziati scoprono che le lesioni encefaliche nei bovini sono causate da un agente infettivo non convenzionale, definito “prione”, che ora si è inclini a considerare una proteina e non un virus. Secondo i calcoli di allora, poteva ammazzare qualche centinaia di esseri umani contagiati da carne infetta oppure farne fuori centinaia di migliaia. “Le previsioni di diffusione sono sempre molto incerte, bisogna tenerne conto” avverte Maria Caramelli, veterinaria e responsabile del Centro di referenza nazionale per le encefalopatie animali (Bse). Intanto però il panico della bistecca con l’osso dilaga in tutto il mondo. Secondo i dati della Coldiretti, il danno economico subito dal sistema dalla filiera è di due miliardi di euro. A distanza di 15 anni, il morbo è praticamente sparito. I casi di bovini colpiti da bse in Italia sono stati 145 (l’ultimo nel 2011). Le vittime umane nel mondo: 229 di cui 177 in Gran Bretagna, dove partì il contagio, e due in Italia. I numeri sono quelli del Centro Bse. “I test per rilevare la presenza del prione a quel tempo costavano 80 euro. Nel nostro Paese furono fatti otto milioni di test. La spesa in Europa fu di 3,5 miliardi di euro. Oggi lo stesso esame vale meno di un euro. È chiaro che dietro l’emergenza c’è sempre un interesse economico” conclude Caramella.

Seconda pandemia sopravvalutata: la Sars, cioè la sindrome acuta respiratoria grave, una forma atipica di polmonite comparsa per la prima volta nel 2002 in Cina. L’anno successivo l’Oms in un comunicato annunciava che l’epidemia era ormai contenuta in tutto il mondo. Il terzo esempio è l’influenza aviaria, causata dal virus H5N1 che colpisce diverse specie di volatili ma che viene trasmesso all’uomo solo in casi rari, di contatto diretto con l’animale malato. In Italia non si sono mai vericati episodi del genere. Doveva essere un morbo globale in base ai titoli usciti sui giornali. Nel registro dell’Oms emerge che i morti sono concentrati soprattutto in Asia: 282 tra il 2003 e il 2009, 42 nel 2015. “Non sono esagerati gli allarmi lanciati dall’Oms – avverte Stefania Salmaso, responsabile del Centro di epidemiologia dell’Istituto superiore di sanità -. A volte sono rivolti ai governi, che devono prendere provvedimenti per contenere la patologia, altre volte ai cittadini per responsabilizzarli a uno stile di vita più sano”.