Sono tanti 24mila euro per avere in studio Varoufakis, l’ex ministro che piaceva alla gente che piace? E perché 25mila euro a lui e al povero Fassina, anche lui economista (Bocconi), anche lui ex governante, anche lui vigorosamente contrario alla internazionale renzista, magari appena un caffè dal thermos di servizio nel salottino ove gli ospiti attendono il turno per comparire? E se la scala è Fassina zero e Varoufakis 25mila, quanto costa il passaggio a Che tempo che fa di star internazionali del pop, come Bono, o di monumenti viventi delle belle arti, come Barenboim?

A queste domande avremmo le risposte se la nuova legge Rai imponesse all’azienda, come va reclamando Brunetta (economista anche lui, come Varoufakis e Fassina) di rendere noti i compensi e i trattamenti collaterali (stelle alberghiere, conti al ristorante, scarrozzamenti vari) delle celebrità che servono alla tv come carne da cannone per mettere su mattine, pomeriggi e serate.

La polemica non è nuova e, di certo provvede a rinfocolarla la circostanza che in questi giorni si stia parlando del canone, della sua misura, del come impedirne l’evasione, etc etc.
Il punto è: l’azienda pubblica, in quanto sovvenzionata con soldi prelevati forzosamente dai cittadini, di cosa deve rendere conto all’opinione pubblica: dei suoi risultati o delle sue scelte di spesa (a parte, va da sé, l’equilibrio complessivo dei suoi bilanci, che dovrebbe costituire la variabile indipendente della situazione)?

Facendo un esempio di dettaglio, con quel po’ di esperienza che ci è capitato di fare e con la libertà che ci è concessa dal fatto di non aver nulla a che spartire con la Rai, vogliamo davvero convocare le piazze per giudicare se una certa cifra è meglio spesa per avere l’ospite di grido e magari considerare se quella mezz’ora si può più adeguatamente occupare allestendo un balletto (che di certo costerebbe di più) o programmando un telefilm d’acquisto (che di sicuro verrebbe pagato di meno)? A noi sembrerebbe una follia da allucinati.

Ma cionondimeno capiamo perché il brunettismo televisivo conti su vari seguaci e abbia periodici ritorni di fiamma: perché se vuoi tenere il famoso contatto con l’opinione pubblica deve rimestare materiali che in qualche modo tutti abbiano sotto gli occhi. Insomma, se alzi la voce e non vuoi passare per matto, la gente deve capire almeno di cosa parli. Così accade che persone serie (anche se qui Brunetta farebbe il ritroso) come gli economisti (la loro è definita la “scienza triste”) sono costrette a inventarsi tifosi per comparire alle sedute spiritiche del Processo del Lunedì (a proposito: e gli stipendi dei calciatori?) oppure volgendosi all’altro fenomeno di cui, oltre al calcio, ognuno ha visto qualcosa, ovvero lo show business. Due fenomeni, guarda caso, con cui l’austerità non ha nulla a che fare. Perfetti dunque per poterla reclamare nella certezza di parlare a vanvera. Ma di essere ascoltati.