Dopo i fedeli seguaci della colonna antigender, quelli del complotto gay, della censura dei libri nelle scuole, del pericolo di una omosessualizzazione della nostra civiltà o di una femminilizzazione del mondo che fu a misura di maschio, ecco una donna che parla di “neutralizzazione del corpo femminile” e di “femminicidio simbolico”. Per Marina Terragni le donne spariscono per quella che lei chiama “moda” del “l’indifferenziazione sessuale”.

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Non è la prima volta che in Italia talune femministe si esprimano in questo modo. Luisa Muraro parlò di travestitismo e le femministe della differenza sono perennemente preoccupate del fatto che il femminino, quello biologico, possa perdersi per via di una presunta tendenza da parte di alcune donne a maschilizzarsi per poter diventare più accettabili per la società. Pensate che c’è chi, per esempio, tra le femministe radicali americane o inglesi, rimprovera alla donna che diventa uomo, un trans Ftm, il fatto che per acquisire privilegi e assumere pose maschili abbia “tradito” le proprie “sorelle. Questo apre una ulteriore discussione che non può esaurirsi con un semplice post. Vi basti pensare che le femministe “dominanti”, per visibilità e normatività, si battono per ottenere il diritto a decidere quel che può dirsi Donna (non la trans, evidentemente). Quando pensiamo alla presunta sparizione delle donne, dunque, di quali donne parla la Terragni?

Il punto è che la società mai come oggi ci vuole femmine, a fare da brave mogli e madri, con il lavoro che manca e con la dipendenza economica che per le donne cresce a dismisura. Donne che vengono ricacciate a casa, a svolgere ruoli di cura gratuiti, con la nazione attorno che di esse esalta la capacità di fare figli e di sacrificare ambizioni, sogni, progetti, al piano che altri hanno in mente per lei. Con le vecchie femministe che chiedono conciliazione lavoro/famiglia per tutte senza neanche aver consultato quelle donne che dicono di rappresentare.

Mai stata d’accordo, la Terragni, sulle donne che hanno diritto a decidere del proprio corpo, qualunque sia la direzione che esse prendono. Non possono fare le sex workers, per propria scelta, non possono prestare l’utero per rendere genitori due amici gay. Preoccupata di questa presunta perdita del’aspetto femminile, si trova così a criticare il cyberfemminismo, le teorie di Donna Haraway che parlava di cyborg senza attribuirle/gli stereotipi sessisti. D’altronde il genere è una costruzione culturale e non sta scritto in nessun posto che le donne debbano vestire, pettinarsi, voler autorappresentarsi come dame dell’800.

Un cyborg ha un’identità che non è maschio e neppure femmina, perché si tratta di corpi/macchine, con il pericolo che siano sfruttati da chi riesce a registrarne i brevetti. Di questo parlava la Haraway, ovvero della possibilità concreta che i nostri corpi potessero non appartenerci più e che fossero altri a riprogettarci, normarci, senza sostenere i nostri desideri, per poi rivendere i prototipi di questi umani a gente ricca e potente che saprebbe di certo cosa farne.

Il cyborg donna e il cyborg uomo, mantenendo intatti i ruoli così come avviene nella serie televisiva svedese Real Humans, sono l’esatta rappresentazione di quel che gli uomini e le donne fanno se proseguono plasmando gli umani a loro immagine e somiglianza. Robot femmine usate per curare, servire, al limite sedurre, e robot uomini a svolgere ruoli “maschili”, come se i robot non fossero in realtà delle macchine che gli uomini possono riprogrammare a proprio piacere.

Perciò il cyborg è il soggetto queer per eccellenza. Rappresenta il tempo in cui gli stereotipi sessisti vengono messi in discussione e si apre a quei soggetti che non sono donne e neanche uomini e che possono ben distinguersi dagli altri semplicemente mutando un nickname e definendosi per quel che vogliono essere in realtà: uomo, donna, gay, lesbiche, bisex, intersex, trans Ftm o Mtf.

Il ragionamento della Terragni segue, a mio avviso, una strada antica che stanno percorrendo anche i no/gender. Lei dice che le donne rischiano di scomparire e gli altri dicono che così sparisce il maschio. Di quel che donne e uomini in realtà vogliono non so quanto importi in realtà. Perché vede, cara Terragni, il punto è che non è così vero che il modello di produzione sia solo maschile, perché c’è un modello di produzione, cura e riproduzione che è prettamente femminile, ed è un modello nel quale tante donne non si riconoscono.

Il corpo è mio e lo gestisco io significa voler diventare altro rispetto alle norme imposte e questa storia della “scomparsa” e del “femminicidio simbolico”, addirittura, a me sembrano una enorme sciocchezza. Le donne non perdono se stesse se non hanno figli, se lavorano, si realizzano in altri modi, se vanno in giro con i capelli corti, i pantaloni, senza trucco. L’uomo non perde se stesso se ha voglia di occuparsi dei figli, della casa, di svolgere mestieri inconsueti, secondo la società che tutto vuole e nulla concede.

Il femminismo, dunque, non è mai morto e non muore ancora, giacchè, oltretutto, non ne esiste soltanto uno. Il punto è che nel tentativo di serbarne una versione sempre più inadeguata si rischia, quello si, di allinearsi, in maniera speculare, opposta e uguale, alla maniera “maschile” di considerare i ruoli di genere nella società. Capisco che le femministe d’un tempo possano essere disorientate da quel che accade oggi, ma è il 2015 e non è possibile che le donne debbano ancora sentirsi dire che se non indossano le gonne e non fanno figli perdono se stesse. O almeno questa è la mia parzialissima opinione. E voi? Che ne pensate?