La Catalogna sta già scrivendo la sua storia. Quasi 5 milioni e mezzo di cittadini sono chiamati a votare in oltre 2mila seggi – aperti dalle 9 di domenica mattina – per le elezioni regionali più decisive e amare degli ultimi tempi. Perché non si tratta di un semplice suffragio, ma di un vero e proprio plebiscito per le forze dell’indipendentismo. Il voto, che era previsto per il 2016, è stato anticipato dal presidente catalano e leader nazionalista Artur Mas, dopo il rifiuto di Madrid di concedere il referendum sull’indipendenza, lo stesso che lo scorso 9 novembre è stato celebrato illegalmente.

UNA QUESTIONE NAZIONALE

Oggi i toni da guerra civile si sono sedati. La campagna elettorale è finita: da una parte Mas ha fatto appello al voto “di libertà e dignità” sotto una coltre di esteladas, dall’altra il presidente spagnolo Mariano Rajoy ha fatto sfoggio del suo catalano in un video messaggio, mentre la vice Soraya Sáenz de Santamaría precisava che il 27S (questa è la sigla del giorno che potrebbe segnare il Paese) non ha alcun valore. In mezzo c’è stato di tutto: dalle forti discussioni sull’uscita dall’Ue alle dichiarazioni di alti rappresentati internazionali a favore dell’unità della Spagna (incluso Barack Obama); dagli allarmi degli imprenditori catalani alle avvertenze della Banca di Spagna sul presumibile contraccolpo economico in caso di separazione. Fino alla chiamata corale alla partecipazione. Questo sì. In Catalogna non si è mai arrivati a sfiorare il 70% della partecipazione e molti analisti pensano che se si superasse il tetto, il voto non indipendentista dell’aerea metropolitana di Barcellona potrebbe frenare il movimento nazionalista che, secondo gli ultimi sondaggi, sarebbe in grado di ottenere la maggioranza dei seggi (68 su 135 scranni) con circa il 50% delle preferenze. In questo panorama tutti i leader nazionali sono stati coinvolti fino all’ultimo momento: Mariano Rajoy (Pp), Pedro Sánchez (Psoe), Pablo Iglesias (Podemos), Alberto Garzón (Iu) e Albert Rivera (Ciudadanos) hanno presidiato convegni e celebrazioni, in vista delle elezioni politiche di dicembre.

LE COALIZIONI 

Ma chi sono esattamente i partiti candidati? Da una parte c’è il blocco indipendentista di Junts pel Sí, con il Cdc di Artur Mas, gli indipendentisti di sinistra dell’Erc e l’Assemblea nacional catalana. Dall’altra c’è la lista Catalunya Sí que es Pot, che riunisce Podemos, Equo, Iniciativa per Catalunya Verds ed Esquerra Unida i Alternativa. Poi c’è la formazione arancione di Ciudadans, il partito popolare, il partito socialista catalano, l’Unió democràtica de Catalunya (nato nel giugno 2015 dalla scissione con il Cdc per divergenze sul processo d’indipendenza) e CUP, il movimento anticapitalista di ultrasinistra e nazionalista che potrebbe essere la chiave di volta per la costituzione di un governo separatista, se la formazione di Junts pel sí non riuscisse da sola ad ottenere la maggioranza. I catalani oggi sono chiamati a votare in totale 43 candidature: 10 a Barcellona, 12 a Girona, 11 a Lleida e 10 a Tarragona.

OBIETTIVO INDIPENDENZA

L’obiettivo di Artur Mas, insieme a Oriol Junqueras, leader di Erc, è chiaro: proclamare una dichiarazione unilaterale d’indipendenza nell’arco di 18 mesi. Farlo con un consenso così labile sarebbe certo molto rischioso, per questo è più probabile che si apra un lungo e complicato negoziato con Madrid, dove da dicembre ci sarà un nuovo governo. In molti parlano già di una terza via: una riforma della Costituzione spagnola che potrebbe riconoscere la Catalogna come un’entità autonoma, con un trattamento fiscale più generoso rispetto alle altre regioni del Paese. D’altronde Barcellona è la prima della classe: contribuisce da sola per circa il 20% del Pil iberico, grazie al polo industriale ma anche all’agricoltura e al turismo. I separatisti affermano che, senza la tassazione imposta da Madrid, ci sarebbe più denaro in circolazione. Una visione semplicistica ma che ha infiammato il dibattito economico, in una regione che potrebbe rischiare di uscire dall’Unione europea e dall’Eurozona.

LA VARIABILE EUROPA

A complicare le cose è proprio l’Europa: il leader di Junts pel sì, Raül Romeva, ex eurodeputato dei Verdi e candidato in testa alla colazione, in una recente intervista alla BBC, ha dichiarato che l’Ue non può “espellere 7,2 milioni di persone”. Secondo alcuni costituzionalisti nel caso di una vittoria dei separatisti, la questione catalana potrebbe portare a rivedere tutti i trattati: Barcellona non solo rimarrebbe fuori dall’Ue, ma anche da tutte le altre organizzazioni internazionali, come la Nato, l’Onu, l’Fmi e il G-20. Lo scorso martedì la stampa iberica ha diffuso una nota in cui Jean-Claude Juncker ammoniva la separazione. Il giorno dopo la Commissione ha smentito e ha pubblicato sul sito del Parlamento europeo la versione in inglese, dove Juncker si astiene dal dare un’opinione su questioni di “organizzazione interna”. Poi ha reso pubblica la versione spagnola, diversa. Infine ha deciso di ritirarle entrambe. L’incidente in Commissione non si è ancora spiegato, ma forse basta ricordare le risposte precedenti di Bruxelles – fin dal 2004, quando l’allora presidente Romano Prodi sosteneva che un territorio indipendente da uno Stato membro si troverebbe fuori dall’Ue – per capire come la questione catalana rischia di essere un grosso e complicato vuoto legislativo all’interno dei trattati.

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