Il gruppo di ribelli siriani addestrati e armati dagli Stati Uniti ha consegnato mezzi e munizioni agli islamisti di Jabhat al-Nusra. Lo ha annunciato Jeff Davis, portavoce del Dipartimento di Difesa americano: “Purtroppo, abbiamo appreso che l’unità Nsf (New Syrian Forces) ha comunicato di avere consegnato sei camioncini e una parte delle munizioni di cui era in possesso a presunti esponenti del Fronte al-Nusra”. Poco meno del 25% della fornitura totale in mano a quello che doveva essere una sorta di gruppo d’élite è così finita in mano ai jihadisti. La notizia ha aumentato l’imbarazzo della Casa Bianca per un’operazione che da subito ha attirato numerose critiche a livello internazionale. I 500 milioni di dollari spesi hanno permesso a Washington di selezionare, addestrare e armare un gruppo di appena 60 combattenti, la maggior parte de quali sono stati rapiti, uccisi o sono fuggiti dopo pochi giorni dal loro rientro in Siria. Oggi, per “garantirsi una via di fuga”, i reduci di quel gruppo hanno ceduto mezzi e munizioni ai qaedisti siriani.

Una minuziosa selezione dei ribelli moderati – Il piano della Casa Bianca, presentato circa un anno fa, prevedeva una lunga e minuziosa selezione di combattenti scelti tra le fila del Free Syrian Army, quelli che l’esecutivo americano ha definito “ribelli moderati”, attraverso lo studio dei profili psicologici. I test avevano l’obiettivo di evitare che uomini addestrati dagli Usa finissero a combattere per i jihadisti. L’idea, fortemente sponsorizzata da Barack Obama, necessitava di un investimento da 500 milioni di dollari per la formazione, si scoprì successivamente, di un corpo composto da circa 60 uomini. Un rapporto costi-benefici che da subito non ha convinto il Congresso americano, nonostante le forti pressioni del Presidente.

Dubbi dei senatori confermati dal flop sul campo – I dubbi dei senatori hanno trovato conferma nei primi risultati portati a casa dal gruppo di combattenti: dopo pochi giorni, la maggior parte di loro è stata rapita dalle forze islamiste dell’area, probabilmente dallo stesso Fronte al-Nusra, sono stati uccisi o sono fuggiti. Risultato: di quel corpo d’élite sono rimaste solo poche unità, le stesse che, oggi, hanno ceduto mezzi e munizioni agli islamisti comandati da Abu Muhammad al-Jawlani.

La notizia diffusa dal Pentagono rappresenta un altro flop dell’amministrazione americana nella gestione della guerra allo Stato Islamico in Siria e Iraq. La strategia dell’uso dei ribelli “moderati” come boots on the ground, truppe di terra, nel conflitto siriano si era dimostrata fallimentare già agli inizi della guerra civile. I servizi segreti statunitensi, britannici e turchi, con i finanziamenti provenienti dal Gollfo, hanno supportato e armato l’insurrezione contro il regime di Bashar al-Assad, come spiega Seymour Hersh in “The Red Line and the Rat Line”. Quelli che erano stati giudicati “ribelli moderati”, però, hanno conosciuto presto un periodo di sfaldamento, con centinaia di uomini, comandanti e battaglioni passati tra le fila di gruppi come Jabhat al-Nusra, prima, e Stato Islamico poi. Con loro anche le armi e i mezzi forniti dalle potenze occidentali.

Solo l’ultimo di una serie di errori. Ci sono precedenti – A un risultato simile ha portato il primo appoggio militare occidentale all’esercito iracheno che combatteva contro gli uomini di Abu Bakr al-Baghdadi. I militari di Baghdad si sono presto dimostrati incapaci di frenare l’avanzata di Isis in Iraq e numerosi sono stati gli episodi di ritirata con abbandono di armi ed equipaggiamento. Forniture che, spesso, provenivano dagli eserciti della coalizione occidentale e che sono finite in mano ai gruppi fondamentalisti. La consegna del materiale da parte dei ribelli addestrati dagli Stati Uniti, che secondo il Comando Centrale Americano (Centcom) sarebbe avvenuta tra il 21 e il 22 settembre, è quindi solo l’ultimo di una serie di errori che hanno permesso a gruppi legati ad al-Qaeda o allo Stato Islamico di rifornirsi di armi provenienti dalle riserve degli stessi eserciti occidentali contro i quali stanno combattendo.

Twitter: @GianniRosini