Altare chiesa messa

C’è un momento nella vita in cui tutto d’un tratto si ha un’illuminazione: c’è chi riceve la chiamata dall’Altissimo e diventa suora o prete; chi scopre di avere un talento; chi prende una decisione radicale; chi raggiunge il Nirvana; e c’è chi, come il sottoscritto, scopre l’ironia e l’autoironia.

Benché già conquistate nella distribuzione avvenuta prima della nascita (come spiegato nel post precedente), c’è un momento in cui si fa questa scoperta, e io me lo ricordo precisamente, data compresa. La data – il 24 maggio 1995 – la ricordo semplicemente perché quel giorno avevo l’ultimo incontro in vista dell’imminente Cresima, non perché quella sera il Milan (squadra che tifo dall’età di 4 anni per motivi prettamente calcistici: la capigliatura di Gullit) era impegnato nell’ottava finale di Coppa dei Campioni. Quel giorno lì infatti mia madre aveva insistito affinché restassi a casa a seguire il prepartita, che iniziava presto, mentre io non sentivo ragioni: “Madre, sento una chiamata“, e lei: “Figliolo, il telefono non sta suonando”. E io un po’ perplesso proseguo: “Ma no, è l’Altissimo che mi chiama, mi vuole davanti all’altare per cantare”.

In quel momento, infatti, ero convinto che l’illuminazione mi portasse a diventare prete, magari protestante, così da poter beneficiare del gentil sesso (astuti gli amici pastori), oppure a diventare un poeta, vista la rima di cui sopra. Tuttavia dopo una furiosa litigata, l’ho spuntata (altra rima).

Nel frattempo la Francesina – il nome esotico con cui chiamo la mia malattia – stava studiando sotto traccia il modo migliore per entrare nell’Olimpo della disabilità: infatti in programma aveva di farmi appendere le gambe al chiodo nel giro di un anno (e qui non è come nei i lavori pubblici: le date vengono rispettate). E di questo ne ero consapevole, ma ancora e con fatica ero utilizzatore a pieno titolo delle mie gambe. Così quel giorno mi recai in chiesa, dove non pensai affatto ai miei beniamini (quindi a San Baresi da Travagliato, a San Donadoni da Cisano Bergamasco o a San Boban da Imotski), né tantomeno alla formazione che Don Capello – tanto per stare in tema – aveva in mente. Assolutamente no, ero concentrato all’imminente Cresima, tant’è che ai tempi portavo pure al collo una catenella con un crocefisso, almeno fino a quel giorno…

In chiesa la mia attenzione era, infatti, rivolta solo e unicamente al prete che parlava, poiché non pensavo ad altro – ripeto men che meno al diavolo (per diavolo s’intende la compagine milanese, non l’acerrimo rivale del Signore) -, dopodiché ricordo che abbiamo cantato diverse canzoni (l’Altissimo difatti mi aveva chiamato proprio per assolvere questo compito), finché non mi imbattei in: “Camminerò, camminerò, sulla tua strada Signor. Dammi la mano, voglio restare, per sempre insieme a te”. Cosa? Torniamo indietro: «Camminerò?!». Ma se sono destinato verso l’altra sponda (e non fate i maliziosi)? Così pensai: “Ma ‘Quello’, mi ha fatto venire fin qui per prendermi per i fondelli?”. E poi si lamenta, tramite i suoi rappresentanti sulla terra, del calo dei supporter della Chiesa.

Tutto d’un tratto mi si accese la lampadina, ecco la famosa illuminazione, e il conseguente incontro/scoperta con l’autoironia: decisi di restare al gioco e di far precedere al “camminerò” un “non”, questo anche per soddisfare il mio bisogno di coerenza, di cui sono un estimatore. Così lo feci, ovviamente guardando verso l’alto e con un sorrisetto beffardo stampato sul viso… Scusate: “Mi provoca e io me ne devo stare buono buono, almeno mi prendo una piccola rivincita”.

Questa però all’Altissimo non andò proprio giù: benché magnanimo, buono e disposto a perdonare chiunque, ha sempre il coltello dalla parte del manico. La lama, in questo caso, rivolta verso di me, e poi dicono che la vendetta è un piatto che va servito freddo, invece Lui me lo servì solo qualche ora più tardi: Milan-Ajax 0-1!

Testo originale già pubblicato su ‘il Cittadino di Monza e Brianza’ nella mia rubrica