Altro che unita. L’Europa che cerca di compattarsi nella gestione dell’accoglienza, con la redistribuzione interna di quote di richiedenti asilo e la scrittura di una comune Agenda dell’immigrazione, in realtà vive con sistemi d’asilo molto differenti. “Gli Stati europei non sono colpiti dallo stesso livello di richieste d’asilo – afferma Solon Ardittis, direttore di Eurasylum Ltd, società di consulenza inglese che lavora per conto delle istituzioni europee – secondo i dati dell’Unhcr, le domande d’asilo depositate nel 2014 vanno dalle 173.100 in Svezia alle 150 in Estonia“. Paese che vai, sistema che trovi. Anche il tasso di domande accettate cambia molto, nota Ardittis: “Nel 2014 si passava dal 58,5% di accettazione di almeno una forma di protezione umanitaria in Italia al 14,8% della Grecia, fino al 9,3% dell’Ungheria”.

Non esiste una sola Europa
Eurasylum nel 2013 ha realizzato con Ramboll un report per la Commissione Europea per tracciare i costi dell’accoglienza. Un lavoro complesso, visto che spesso i dati fra i Paesi non sono nemmeno comparabili, viste le differenze esistenti. I risultati mostrano gap enormi, difficilmente riducibili in un unico sistema. Ad esempio, il costo per domanda d’asilo depositata va dai 1.477 euro ai 30.755, ad esempio. Ci sono uffici in Europa dove un funzionario in un anno valuta 24,1 domande, altri dove la mole di lavoro è doppia. Un’altra differenza importante sta nel costo dei rimpatri forzati dal Paese d’origine: si va da 1.554 euro di media a rimpatrio fino a 5.504 euro. I dati, però, non sono riferibili a nazioni specifiche perché le autorità che si occupano di asilo che hanno risposto alle domande dei ricercatori hanno preteso l’anonimato nella pubblicazione.

Anche la gestione dei centri ha forme molto diverse. Il tratto comune è che ovunque in Europa esistono centri specializzati per gli asilanti. C’è però un tratto comune, sottolinea Ardittis: l’aumento delle detenzioni in cella per un reato amministrativo. Come nell’Italia del reato di clandestinità e del pacchetto sicurezza. Nel luglio 2014 la Corte europea ha sancito che un richiedente asilo deve essere detenuto in centri apposta per svolgere la verifica della domanda. In Germania a decidere il tipo di detenzione sono i lander, gli Stati in cui è divisa la Repubblica Federale. In Gran Bretagna la detenzione è possibile sia per richiedenti asilo che per immigrati a cui è scaduto il visto oppure che è entrato in modo irregolare. Queste sono le Europe che secondo il presidente della Commissione Jean-Claude Juncker dovrebbero sedersi attorno al tavolo e stabilire delle quote fisse di richiedenti da gestire, in nome di un principio di solidarietà scritto nello stesso Trattato sul funzionamento degli Stati europei. Lettera morta, al momento.

Le innumerevoli complicazioni del sistema italiano
Il sistema d’asilo italiano è tra i più complessi. Viaggia su tre binari: da un lato l’accoglienza gestita direttamente dal Ministero con i centri di prima accoglienza e i Cara (14 strutture); dall’altra quella “diffusa“, che chiama in causa anche i Comuni nello Sprar (Sistema di protezione richiedenti asilo e rifugiati, 430 progetti) e da ultimo il canale temporaneo “dell’emergenza“, che s’improvvisa di anno in anno e dove le rendicontazioni spesso lasciano a desiderare (a inizio settembre 1.861 strutture attive). Non a caso sono proprio i posti “in emergenza” quelli a cui si fa più ricorso: secondo le previsioni 2015 della Fondazione Leone Moressa si spenderanno per questa categoria circa 530 milioni, contro i 130 dei centri governativi e i 250 dello Sprar. “Nonostante lo Sprar sia considerato il sistema più efficiente fra i tre attuali, al mese di giugno 2015 accoglie un quarto dei 78 mila richiedenti asilo presenti in Italia – afferma il ricercatore della Fondazione Leone Moressa Enrico Di Pasquale – i centri di accoglienza governativi accolgono oltre 10 mila persone, mentre il 62% risiede presso strutture di accoglienza temporanea“.

L’irraggiungibile welfare tedesco
Se in Italia dei 35 euro circa che lo Stato spende ogni giorno per ospitare un richiedente asilo solo 2,50 (i “pocket money”) vanno nelle mani del preso in carico, in Germania il sistema è l’opposto. “Forse è per questo che i profughi vogliono andare lì o in Svezia”, ipotizza il prefetto Mario Morcone. Un richiedente in un centro d’accoglienza riceve al mese 143 euro, 216 euro se si trova in un’altra sistemazione. In più sono garantiti vitto, riscaldamento, abiti e prodotti sanitari, oltre che i corsi di tedesco.

Gli assegni per famiglie nel sistema inglese
Anche la Gran Bretagna ha un sistema che fornisce un assegno a chi ottiene l’asilo politico. Per le coppie si tratta di 373 euro, mentre per un genitore solo sono 226. In caso di rifiuto dell’asilo ma di impossibilità a respingere, i fondi sono meno ed erogati tramite una carta con cui si effettuano gli acquisti. Queste modalità di erogazione sono state fortemente contestate dall’opposizione che non le ritiene sufficienti.

Il miraggio della Svezia
In Svezia i tempi per ottenere l’asilo sono molto veloci: un mese circa. Ad occuparsi di tutto è il Migrationsverket, l’agenzia svedese per l’immigrazione. Anche durante l’iter di verifica della domanda per i figli dei richiedenti è possibile andare a scuola. Anche l’accesso alle cure mediche a livello regionale è garantito immediatamente. Il sistema di accoglienza è interamente finanziato con le casse svedesi, mentre i progetti d’integrazione sono sostenuti con il budget europeo. Come nei casi precedenti, si fornisce al richiedente un’indennità mensile, che per un adulto solo è di 76 euro.

L’Ungheria non accoglie
Da settembre chi entra illegalmente in Ungheria rischia tre anni di carcere. Un provvedimento che rischia la sanzione della Corte di giustizia europea ma che è in linea con gli inadeguati standard del resto del sistema. Lo Stato garantisce vitto e alloggio più un assegno mensile di 9,5 euro (24 per i minorenni) più per le donne 5 euro per acquistare prodotti per l’igiene. Se chi chiede asilo non si qualifica come indigente, le autorità ungheresi possono chiedere il rimborso per quanto hanno speso per la sua accoglienza.