La Serbia ha espulso il ricercatore italiano Massimo Moratti: “Segnale allarmante”
Il ricercatore italiano, collaboratore della ong Osservatorio Balcani Caucaso Transeuropa, ed esperto di diritti umani Massimo Moratti è stato espulso dalla Serbia. A denunciare il caso è stata la stessa organizzazione con un un comunicato firmato dai membri del consorzio per la libertà di stampa Media Freedom Rapid Response. Il provvedimento, scrivono, “è apparentemente legato alla sua attività in difesa dei diritti umani. Esortiamo le autorità serbe a revocare immediatamente l’ordine di espulsione, consentendo al nostro collega di rimanere nel Paese con la propria famiglia e di proseguire il suo lavoro”.
La situazione è precipitata nelle ultime due settimane: il 4 settembre le autorità serbe hanno respinto il permesso di soggiorno adducendo “rischi inaccettabili per la sicurezza del Paese”, oggi è stata negata la richiesta di procedimento amministrativo che gli avrebbe permesso di restare nel Paese in attesa della risposta sul ricorso. L’ordine è quello di lasciare il territorio entro 15 giorni con divieto di ingresso della durata di un anno. Secondo quanto risulta a ilfattoquotidiano.it, l’ambasciata italiana a Belgrado ha inviato due note verbali al ministro degli Esteri Marko Đurić, ha fatto un intervento rivolto al presidente Aleksandar Vučić e mandato una nota al ministro dell’Interno Ivica Dacić.
“Al di là delle motivazioni relative alla sicurezza nazionale”, ha commentato Sielke Kelner, responsabile advocacy di Obct, “le autorità serbe non hanno fornito altre informazioni sulla motivazione specifica della decisione. La procedura di espulsione, come anche il coinvolgimento dell’intelligence serba, che ha presieduto i colloqui di Massimo per il rinnovo del permesso di soggiorno, costituiscono un segnale preoccupante che sembrano indicare che si tratti di una forma di vessazione amministrativa volta a intimidirlo”. Kelner ha ricordato che, solo a marzo scorso, il ricercatore “ha partecipato a nome dell’Obct ad una missione di advocacy nel paese condotta dal consorzio Mfrr. A seguito della missione, abbiamo pubblicato un rapporto in cui denunciavamo l’escalation di violenza fisica contro i giornalisti, parliamo di minacce di morte, gravi aggressioni fisiche ed impunità, come anche dei tentativi delle autorità serbe di censurare il giornalismo indipendente. Una cronologia dei fatti che coincide con la repressione amministrativa di cui Massimo è stato bersaglio”. Quindi, ha concluso Kelner: “Al di là del dramma personale, è un segnale allarmante di deterioramento dello spazio democratico che si inserisce nel clima di tensione nel Paese”.
Moratti è un difensore dei diritti umani di lunga esperienza e lavora nella regione balcanica da oltre vent’anni: a Belgrado si è trasferito dal 2022 al seguito della compagna, distaccata nel Paese per motivi professionali. Collabora con Osservatorio Balcani Caucaso Transeuropa dal 2005, mentre tra il tra il 2011 e il 2018 ha lavorato in Serbia a diversi progetti Ue a sostegno di sfollati, rifugiati e potenziali richiedenti asilo, per poi trasferirsi a Londra e ricoprire la carica di vicedirettore dell’Ufficio regionale europeo di Amnesty International. Fa parte del team del consorzio per la libertà di stampa e segue le iniziative di advocacy nei Balcani occidentali.
Come ricordato dalla presa di posizione ufficiale del Media Freedom Rapid Response, negli ultimi anni e insieme alla ong Obct, “hanno documentato il progressivo deterioramento della libertà dei media in Serbia, inclusa l’escalation di violenze fisiche contro i giornalisti e i tentativi delle autorità serbe di censurare o mettere a tacere il giornalismo indipendente e le voci critiche”. Per questo, “le nostre organizzazioni considerano il diniego del permesso di soggiorno e il successivo ordine di espulsione come una forma di molestia amministrativa volta a intimidirlo per ritorsione contro il suo lavoro e il suo sostegno ai giornalisti del Paese e dell’intera regione”. Una modalità che non è nuova: “Negli ultimi due anni si sono verificati diversi casi documentati in cui attivisti della società civile stranieri, giornalisti e difensori dei diritti umani in Serbia si sono visti rifiutare o revocare il permesso di soggiorno, oppure sono stati espulsi con divieto di rientro o respinti in prima battuta, spesso sulla base di motivi altrettanto vaghi di rischio per la sicurezza”.