Stefano Benni sta parlando in palestra dell’immaginazione.
Racconta che secondo recenti ricerche neurologiche ogni volta che ti viene in mente un’idea fantastica subito il tuo cervello produce uno sciame di pensieri repressivi che cercano di fermarti: non si può fare; stai con i piedi per terra; non volare alto; già qualcun altro ci avrà pensato; se ci provi fai farai brutta figura; ti daranno addosso, eccetera.
Nella testa abbiamo neuroni atavici che adorano la sicurezza del già visto, del conosciuto. Circuiti neurali che vivono qualunque cambiamento come una minaccia potenziale. Modalità emotive figlie della vita nella foresta primordiale dove qualunque mutamento poteva nascondere l’arrivo della tigre con i denti a sciabola. Per questo siamo così bravi a identificare e incasellare, quando tutto quel che ci circonda è conosciuto il cervello gode e secerne dopamina. Per questo il cambiamento repentino crea reazioni di malessere: il cervello ci nega il piacere della dopamina.

La mente non solo mente, è pure reazionaria! Per questo gli unici cambiamenti duraturi sono quelli piccoli e morbidi, quelli che non creano rotture.
Stefano sostiene che questo meccanismo è estremamente devastante e che il male del presente è la quantità di persone che di fronte alle possibilità che la vita offre loro e la potenza dell’immaginazione, che sogna il nuovo e il meglio, è sopraffatta da queste orde distruttive e pessimiste di pensieri portatori di impotenza.
La difficoltà di vivere va di pari passo con la difficoltà di dare potere alla mente creativa e a tutto quanto dà forma al fantastico; le forme più gravi di depressione portano alla perdita della percezione dei colori: si vede in bianco e nero.

Sono proprio d’accordo. Ma Stefano non ha soluzioni al problema e neanch’io. La crisi economica, arma di guerra totale in mano alle cattivissime lobby finanziarie, sta aumentando questa paura.
Se qualcuno riuscisse a infilare, dentro boccette, gocce di coraggio creativo, diventerebbe ricco ed estremamente benemerito.
L’unica linea di resistenza che conosciamo alla dittatura del male e del banale è la pratica dell’arte, del racconto delle emozioni, della comunicazione.
Inventare immagini, suoni e parole è un’esigenza vitale, un nutrimento e la forma più potente di resistenza umana.
Diffidate dei medici che non prescrivono, per qualunque malanno del corpo e della mente, il creare arte come terapia.
Incredibilmente però, nonostante tutto continua a crescere esponenzialmente la possibilità di inventare e di far viaggiare per il mondo le proprie creature più o meno immateriali.
Oggi il potere di comunicare di qualunque adolescente è milioni di volte più grande di quello di un imperatore del Sacro Romano Impero. E nonostante la cappa di paura e di depressione incomba cresce il numero di persone che danno corpo alla propria creatività.

Per vecchio vizio militante mi chiedo cosa si potrebbe fare per sviluppare la potenza di questo territorio libero e diffondere ancor di più la cura dell’arte.
La prima osservazione che mi viene in mente è che produzioni eccellenti vengono viste da pochi, la diffusione virale premia solo una minuscola frazione di quanto viene inventato.
Ci mancano indici dell’eccellenza. Quando ancora la carta stampata era regina della comunicazione c’erano le recensioni che decretavano il successo delle opere. Oggi questa funzione è troppo dispersa. Altro problema è l’individualismo dei creativi capaci solo raramente di connettersi tra loro, collaborare, dare vita a grandi azioni collettive. Sarebbe utile creare luoghi, strutture, alleanze tra creativi che si sostengano reciprocamente… Sindacati degli immaginatori e dei recensori. Militanti comunicativi. Mi piacerebbe discuterne con chi ha voglia di lanciare sassolini nello stagno.
Nel nostro territorio libero stiamo lavorando da tempo in questa direzione e abbiamo verificato che non solo è estatico e corroborante uscire dall’isolamento: si riesce anche a realizzare sogni altrimenti impossibili.
La vita è l’arte dell’incontro e tanto più lo è se ti piace inventare. Dai tempi del Male, rivista di satira del ‘77, ho sperimentato questa ricchezza del gruppo di lavoro.
Mentre scrivo con il computer sulle ginocchia, in palestra, assaporo la potenza di questo gioco mentre Stefano fa lezione duettando con Paolo Rossi, una battuta dopo l’altra. Scherzano sul mito di Icaro.
Giochi che da soli non si riesce a farli.

Ps. A giorni metteremo in rete il video del Mammuth, realizzato con la Bandabardò, il primo frammento di un film musicale intitolato “La vera storia del Mondo” che vorremmo girare con una trentina di gruppi musicali e attori.