“Se un cooperatore insegue l’affare d’oro non sta facendo il cooperatore. Quando abbiamo iniziato a perdere la nostra diversità abbiamo iniziato a fare errori, siamo inciampati”. Mario Lusetti da un anno è il numero uno nazionale di Legacoop, l’associazione di categoria più importante della cooperazione, centrale delle coop cosiddette rosse: “Una volta – racconta – dentro le cooperative c’erano le Componenti: era un modello che consentiva la formazione politica dall’interno. Con la caduta del muro di Berlino, le Componenti sono sparite e dentro le coop, dove il concetto di proprietà non è forte, si sono create delle oligarchie. A volte illuminate…”. Altre volte no, sembra dire.

Davanti al pubblico del Meeting di Comunione e Liberazione a Rimini, il successore dell’attuale ministro Giuliano Poletti, non smette per un attimo di specificare che le coop sono diverse, non sono imprese come le altre. Non pensano solo al profitto. O almeno non dovrebbero: “Se analizzo la storia degli ultimi due-tre anni, con i suoi disastri, spesso dietro questi ci sta l’omologazione rispetto a logiche di mercato che non ci appartengono. Il movimento cooperativo quando rinuncia alla propria distintività perde”. La memoria va agli scandali, le inchieste giudiziarie da nord a sud che negli ultimi tempi hanno investito grandi cooperative diventate imprese di carattere mondiale. Impossibile non pensare al caso Cpl, la coop di Concordia, nel modenese, i cui ex vertici sono finiti al centro di una bufera giudiziaria in Campania e il cui ex numero uno è stato indagato per concorso esterno in associazione mafiosa. Un caso emblematico della questione morale dentro le coop, quello della Cpl, che lo stesso Lusetti ha preso a cuore personalmente per provare a salvare i 1.600 posti di lavoro a rischio.

Il presidente davanti al pubblico di Cl, con cui Legacoop ha sempre avuto una certa vicinanza, cerca di analizzare i motivi di una crisi di valori: “Spesso in passato un po’ spinti dalla crisi, un po’ dalla competizione, un po’ da una debolezza culturale, abbiamo cercato di utilizzare modalità che non ci sono proprie”. Lusetti elenca poi una serie di misure che la ‘sua’ Legacoop vorrebbe adottare per limitare i danni, evitare nuovi scandali e tornare sui binari di quella che li chiama la “distintività” della cooperazione: limite dei mandati dirigenziali nelle coop, un tetto alle retribuzioni. “Noi non siamo un’impresa privata”, ribadisce ancora.

Eppure ancora in queste settimane la crisi di due coop friulane finite in concordato preventivo, con i soldi prestati dai soci andati in fumo, ha riportato a galla il tema del prestito sociale cooperativo, e di come possa essere messo a rischio il denaro dei soci di una coop. Lusetti, in una breve intervista a margine con ilfattoquotidiano.it, prima precisa che non ci sono altri casi del genere pronti a esplodere. Poi spiega che, a su parere, le coop non possono essere messe sotto il controllo della Banca d’Italia: “E’ prestito, non risparmio. Bankitalia non può intervernire, non è che non lo vogliamo noi”. Poi però assicura: “Abbiamo il 95% del prestito sociale nelle coop di consumo, che non hanno fatto perdere un euro ai nostri soci”. E per il restante 5%? “Nel caso friulano come Legacoop siamo intervenuti per rimborsare in parte il prestito perso dai soci. Poi abbiamo preparato un modello di autoregolamentazione che ora stiamo discutendo con il ministero delle Finanze. Dal punto di vista legislativo dovremmo avere un riscontro già entro fine anno”. Impossibile saperne di più.