Potremmo parlare di banca clandestina, se non fosse tutto alla luce del sole. Basta entrare in un supermercato Coop e diventare socio (che è come fare la tessera sconto in qualsiasi catena) per depositare i propri risparmi. Le nove grandi cooperative del consumo raccolgono ben 10,4 miliardi di euro. Sarebbe vietato: non è che un giorno uno si sveglia di buon umore, apre una banca e comincia a farsi affidare i risparmi dei passanti. La Coop infatti lo chiama “prestito soci”, senza però spiegare al popolo che il prestito soci è un capitale messo a rischio nell’impresa che, sia essa una coop o una società di capitali, lo usa per la sua attività, come aprire un supermercato.

Infatti accadono sotto gli occhi di tutti, comprese le autorità di vigilanza, due cose strane. La prima è che le Coop utilizzano i risparmi dei loro soci non per mettere scaffali nuovi, ma per dedicarsi alla speculazione finanziaria. Esempio: l’Unicoop Firenze, la maggiore per fatturato (ben 3 miliardi di euro), ha in bilancio immobilizzazioni tecniche (ciò che serve per funzionare) per 2 miliardi e debiti verso i soci per 2,3 miliardi. Ma il debito complessivo è di 3 miliardi. Che ci fa la Coop con tutti quei soldi? Unicoop Firenze ha in bilancio 644 milioni di immobilizzazioni finanziarie: una vera merchant bank.

I conti in rosso degli uomini al potere da decenni. La seconda stranezza è che queste banche d’affari a marchio Coop non sono sottoposte ad alcuna vigilanza. La Banca d’Italia controlla le banche propriamente dette, ma le Coop non se le fila nessuno, punto e basta. Negli ultimi anni, complice la crisi e nella disattenzione generale, si sono messe nei guai. L’anno scorso le “nove sorelle” (oltre 12 miliardi di fatturato, con 50 mila dipendenti e sette milioni di soci in tutto) hanno chiuso i loro bilanci in rosso per complessivi 135 milioni di euro, e proprio per colpa della finanza.

Ma prima di entrare nei dettagli di un disastro annunciato è bene spiegare il peculiare sistema di potere che consente ai boss delle coop di non rendere conto a nessuno. Il mondo delle cooperative cosiddette rosse ha seguito nel Dopoguerra uno schema sensato: le aziende sono cresciute sotto l’ombrello del Pci, che le governava attraverso la Legacoop, nominalmente un sindacato d’impresa, come la Confindustria, di fatto una sorta di holding attraverso la quale i vertici di Botteghe Oscure sceglievano strategie e manager.

Dopo la caduta del Muro di Berlino e la fine del Pci decisa da Achille Occhetto nel 1989, il potere del partito si è dissolto e i capi delle cooperative sono diventati padroni assoluti, proprio come gli oligarchi russi che si sono appropriati delle aziende alla fine del regime sovietico. L’uomo simbolo di questo curioso fenomeno italiano è Turiddo Campaini, presidente di Unicoop Firenze dal 1973, cioè da 40 anni. Non c’è alcun meccanismo di controllo e nessuno lo può mandare a casa. I soci sono un milione e 200 mila, ma di essi solo 1288 (uno su mille, verosimilmente amici, dipendenti e sottoposti di Campaini) si sono presentati alle 39 assemblee decentrate che hanno approvato il bilancio. Tutti i colleghi di Campaini sono uomini di potere a 24 carati, che si scelgono in autonomia le amicizie politiche di riferimento. Il presidente della Coop Centro Italia, Giorgio Raggi, ex sindaco di Foligno, ha investito i soldi della cooperativa nella Edib, editrice del Corriere dell’Umbria nella fase in cui il quotidiano era nella sfera di Denis Verdini, e ha perso tutto. Recentemente si è fatto intercettare con la sua sodale di sempre, Maria Rita Lorenzetti, oggi agli arresti domiciliari, mentre si rammaricava di non essere potuto intervenire in tempo per bloccare un articolo de La Nazione sgradito alla zarina umbra. Ma lei cerca lui perché la Coop è la seconda azienda dell’Umbria dopo la Thyssen, e gli chiede di assumere la parente del consulente ministeriale che con la zarina sta curando gli interessi della Coopsette nei lavori Tav di Firenze.

Torniamo a parlare di soldi. Le Coop impiegano gli oltre 10 miliardi del prestito dei soci in operazioni finanziarie, dai Bot alla Borsa. Nel 2012 erano immobilizzati in partecipazioni azionarie 2,2 miliardi di euro. Siccome è buona regola non investire in Borsa i soldi presi in prestito (perché se crollano i listini fai la fine di Romain Zaleski), se la Banca d’Italia vigilasse sull’uso del pubblico risparmio fatto in casa Coop controllerebbe il rapporto tra partecipazioni azionarie e patrimonio netto (che è la somma di capitale sociale e riserve, cioè il vero patrimonio che fa da garanzia per gli investimenti a rischio).

Consorte ha tracciato il solco e gli Stefanini lo difendono. Ebbene, le nove Coop hanno partecipazioni azionarie per 2,2 miliardi e un patrimonio netto di 6 miliardi. Mediobanca ha lo stesso rapporto: 2,6 miliardi su un patrimonio netto di 7. Solo che Mediobanca è una banca d’affari, la Coop una catena di supermercati. Come mai? Il fatto è che gli oligarchi delle Coop sono rimasti abbagliati dall’esempio di Gianni Consorte, padre-padrone dell’Unipol che otto anni fa tentò senza successo la scalata alla Bnl. E siccome gli azionisti di controllo dell’Unipol erano e sono proprio le grandi coop, quando Consorte fu sconfitto i suoi colleghi, fraternamente, lo cacciarono. Pierluigi Stefanini, oligarca storico della Coop Adriatica, salì al vertice dell’Unipol. E i manager-padroni hanno ricominciato a giocare con la finanza, spaccandosi però in due fazioni, i cosiddetti toscani e i cosiddetti emiliani. I primi si sono fatti male con il Monte dei Paschi, i secondi con l’Unipol.

I “toscani” sono tre cooperative: Unicoop Firenze, Unicoop Tirreno e Coop Centro Italia. L’empolese Campaini, leader della corrente toscana, si scontrò a suo tempo con Consorte e non ha più voluto saperne di mettere soldi su Unipol. Ha preferito investire sul Monte dei Paschi, usando i risparmi dei soci per salvaguardare la “toscanità” (testuale) della banca senese. Ha speso oltre 400 milioni e ne ha persi circa 300, e nessuno ovviamente protesta. Unicoop Tirreno e Coop Centro Italia non stanno meglio. Insomma, nel 2012 le tre coop che coprono Toscana, Umbria, Lazio e Abruzzo hanno perso in tutto oltre 200 milioni, dopo aver segnato in bilancio 323 milioni di svalutazioni delle azioni possedute.

La Coop umbra presieduta da Raggi ha fatto addirittura strike, riuscendo a perdere soldi sia sul Montepaschi sia sulla Popolare di Spoleto (commissariata con vertici arrestati). Il capolavoro di Raggi è stato vendere una ventina di supermercati al Fondo Etrusco, società immobiliare del Monte dei Paschi e dell’ex vicepresidente della banca senese, Francesco Gaetano Caltagirone, per non vendere le azioni del Monte dei Paschi, considerate “strategiche” (che non vuol dire niente ma suona bene). Così adesso le azioni non valgono quasi più niente, ma ogni anno la Coop paga milioni in affitti al Fondo Etrusco, di cui però ha preso delle quote, cosicché partecipa alla speculazione contro se stessa.

Le sei cooperative del nord, che hanno in Emilia il loro epicentro, si sono invece inguaiate con l’Unipol. La compagnia assicurativa bolognese, trascinata da Mediobanca nel rischiosissimo salvataggio della Fonsai di Ligresti, fa capo alla holding Finsoe, a sua volta posseduta dalle coop del consumo insieme alla Holmo, scatola che riunisce le quote delle coop di costruzioni, l’altra gamba del potere cooperativo. Se al Centro si sono immolate per la “toscanità”, al Nord le coop sono state sacrificate all’ottimismo degli oligarchi. Le azioni Unipol valgono in Borsa circa 3,5 euro, ma il sistema cooperativo le tiene in bilancio a 10 euro. Il che significa che Finsoe segna le Unipol all’attivo del suo bilancio per 2,2 miliardi quando in Borsa valgono appena 800 milioni: mancano all’appello 1,4 miliardi, evaporati in questi anni in nome del mitico aggettivo: il controllo di Unipol è “strategico”.

Quando è arrivato da Mediobanca l’ordine di salvare Fonsai, oligarchi di primo livello hanno obbedito con entusiasmo: per esempio Ernesto Dalle Rive di Novacoop, Marco Pedroni di Coop Nord Est (ma presidente anche di Finsoe) e Mario Zucchelli di Coop Estense, tutti e tre consiglieri d’amministrazione di Unipol, non si sono fatti pregare per immolare i soldi dei soci al salvataggio dei crediti di Mediobanca e Unicredit verso i Ligresti. Siccome si trattava di far scucire a Finsoe 429 milioni per l’aumento di capitale di Unipol, non solo i “toscani” ma anche grandi cooperative di costruzioni come Cmb e Coopsette si sono tirate indietro e hanno lasciato alle consorelle del consumo, presunte ricche, il conto da pagare. Come nei salotti buoni, anche dentro il mondo coop l’oligarchia è ormai devastata dalle guerre intestine propiziate dall’anarchia.

Il mistero della Manutencoop che non voleva pagare per Unipol. Illuminante il caso della Manutencoop, uno dei maggiori azionisti di Unipol. Quando partì la chiamata alle armi di Mediobanca, Claudio Levorato, presidente da una trentina d’anni di una cooperativa che ha oggi 15 mila dipendenti e circa un miliardo di fatturato, rispose seccamente alla domanda se avrebbe messo mano al portafoglio: “Lo escludo categoricamente, Manutencoop non distoglierà risorse dal proprio core business”. Pochi mesi dopo Levorato ha pagato anche per le coop che si erano rifiutate, inneggiando all’operazione (indovinate?) “strategica”. Alla domanda se svenarsi per salvare la Fonsai non fosse una mossa rischiosa, Levorato ha opposto una risposta sibillina: “Se non l’avessimo fatta ci sarebbero stati dei problemi”.

Per obbedire a Mediobanca e Unicredit gli oligarchi hanno svenato le proprie coop. La Finsoe, non bastando i 300 milioni chiesti alle coop per l’aumento di capitale Unipol, ha aumentato i suoi debiti con le banche. E poche settimane fa la trimurti delle “banche di sistema” (Mediobanca, Intesa e Unicredit) ha soccorso Manutencoop collocando sui mercati internazionali un prestito obbligazionario da 450 milioni (quasi metà del fatturato) al tasso effettivo dell’8,75 per cento. Siamo ai limiti dell’usura e ciò illumina quanto sia conciata male la coop di Levorato. Ma da quando non c’è più il Pci le coop sono rimaste orfane, e gli oligarchi ormai si affidano ai salotti del capitalismo che una volta dicevano di voler combattere. Adesso, sempre in ritardo, fanno a gara a chi si integra meglio in un sistema in declino.

da Il Fatto Quotidiano del 9 ottobre 2013