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Siamo ormai in una situazione a tutti gli effetti orwelliana. I bombardamenti sono detti “missioni di pace”, le distruzioni dei diritti sono pudicamente chiamate “riforme”, la dittatura dei mercati è ipocritamente salutata come “democrazia”, il dominio delle banche e la violenza economica sono definite “Unione Europea”: e, dulcis in fundo, la devastazione della cultura e della scuola è detta “la buona scuola”.

Non vi sarebbe altro da aggiungere. Né, in verità, vi sarebbe da stupirsi. La “riforma” (sit venia verbo) della scuola del Fiorentino è, infatti, del tutto coerente con l’obiettivo del neoliberismo e con la già in atto distruzione capitalistica della scuola: rimozione della cultura, aziendalizzazione degli istituti scolastici, rimbecillimento programmato dei discenti trasformati in “consumatori di formazione” (sic!), debiti e crediti come nel mondo della finanza, offerte formative in linea con la sacra legge della competizione di mercato. Della vecchia scuola italiana, basata sui valori umanistici e sull’ideale della formazione di uomini e cittadini in senso pieno, non resta alcunché. Dal latino e dal greco si è passati alle tre “i” (impresa, inglese, informatica). Dalla formazione dello spirito critico e pensante si è disinvoltamente transitati alla formazione dello specialismo calcolante e senza intelligenza, che parla rigorosamente inglese e non è in grado di intendere altra razionalità che non sia quella economica.

Se fossimo nell’Amleto shakespeariano, si direbbe che vi è del metodo in questa follia. E questa follia si inscrive in un processo di “riforma” – la magica parola, anch’essa da neolingua orwelliana, con cui oggi si rimuovono diritti e si distrugge tutto ciò che non è allineato con il progetto neoliberista – della scuola che è in atto da diversi anni. È un progetto nemmeno troppo velato di distruzione pianificata del liceo e dell’università: e ciò tramite quelle riforme interscambiabili di governi di destra e di sinistra che, procedendo separati per poi colpire insieme, hanno conformato – sempre in nome del progresso e del superamento delle antiquate forme borghesi – l’istruzione al paradigma dell’azienda e dell’impresa (debiti e crediti, presidi managers, informatica e inglese in luogo del latino e del greco, ecc.).

Se è vero, come diceva Marx nei “Grundrisse”, che “per il capitale ogni limite è un ostacolo”, è difficile non vedere come la scuola sia a tutti gli effetti un grande, fecondissimo limite: in essa si formano, storicamente, esseri umani e non consumatori; per di più, esseri umani con coscienza critica, spessore culturale e capacità di giudizio, esattamente ciò che il fanatismo dell’economia finanziaria non può tollerare e deve, per ciò stesso, distruggere. E lo fa chiamando tale distruzione “buona scuola”.

Distruggere la scuola significa decapitare intere generazioni di teste pensanti. Il sistema della produzione e dei consumi vuole individui senza identità, infinitamente manipolabili e incapaci di resistere, dei Bartleby rovesciati che dicono sempre e solo “sì”: l’integralismo economico ci vuole calcolanti e non pensanti; in una parola, vuole dei cultori ignari della propria schiavitù, non certo dei potenziali ribelli dotati di spirito critico e di eventuale avversione verso la razionalità irrazionale del mondo alienato.

Se, come sapeva Antonio Gramsci, la rivoluzione deve essere anzitutto rivoluzione culturale, contestazione nel pensiero dell’ordine esistente, non stupisce che “la buona scuola” miri a neutralizzare in partenza questa eventualità.