Dopo due dischi passati quasi del tutto inosservati, con “Fuoricampo” i Thegiornalisti sono riusciti a conquistarsi molta attenzione. La critica li osanna e i fan, ormai numerosissimi, cantano i loro brani come se fossero degli inni generazionali. In una vineria di Roma, abbiamo intervistato Tommaso Paradiso, autore di tutti i pezzi del gruppo. Fanatico del songwriting, fedele a Vasco Rossi nonostante sia invecchiato male – “uno che è riuscito a comporre Albachiara, Sally, Gli angeli resta ingiudicabile” – ci racconta cos’è per lui una canzone, come la scrive e, soprattutto, come lo si può fare onestamente.

Come si scrive una canzone?
Ci deve essere un’idea che mi frulla in testa per giorni e che ad un certo punto deve uscire. A quel punto scrivo il testo e poi la musica. A volte sono le parole stesse che richiamano un certo tipo di accordi.

Qual è la prima canzone che hai scritto in assoluto?
Ho iniziato a scrivere canzoni dopo aver comprato “Definitely Maybe” degli Oasis, nel ’94: avevo 11 anni e le suonavo come se le avessi scritte io (ride, NdR). Volevo fare la rockstar, era il mio sogno da bambino. Poi, una volta cresciuto, volevo semplicemente scrivere e mi veniva meglio con le canzoni che con i racconti.

Ti capita il blocco dello scrittore?
Con l’esperienza ho imparato quanto conta essere onesto e ora mi blocco se non lo sono del tutto. Nei dischi precedenti non ero stato sincero fino in fondo. Non vuol dire che non ci fossero canzoni realmente sentite – ad esempio: Io non esisto o Autostrade umane le reputo ancora molto importanti – ma molte cose le ho fatte per moda: mi piacevano gli Strokes e cercavo la frase alla Strokes. Invece il pubblico se ne rende subito conto, fai breccia nelle persone quando sei te stesso.

Che sembra un po’ una frase fatta. Mi fai qualche esempio?
Prendi Vecchio, l’ho scritta per la mia ragazza e quindi non poteva che partire da un sentimento vero, ma io e lei non ce lo siamo mai fatto il giro in spider sull’Aurelia. Era una fantasia un po’ vintage che non rendeva giustizia al nostro rapporto. Sarebbe stato meglio raccontare di quando si è messa a vomitare durante uno dei nostri primi concerti perché era più emozionata di me.

Mi dici una canzone di cui sei particolarmente soddisfatto?
L’importanza del cielo, ne sono completamente orgoglioso. Racconta di un’ansia che mi porto dietro fin da bambino: il sentirsi in costante pericolo. E quest’ansia spariva quando sognavo di volare. Ora non volo più ma anche solo ricordarmene mi fa stare meglio.

Si può dire che dai tuoi testi emerga un’evidente richiesta d’attenzione?
Del tipo “guardatemi”? È corretto (ride, NdA)

Ogni musicista ha un ego bello grosso e non c’è niente di male. L’idea che migliaia di persone canteranno una tua canzone quando arriva? Mentre la scrivi o solo prima di salire sul palco?
Già in fase di scrittura: la mia ambizione è scrivere canzoni belle, degli inni, non mi interessa fare il grande performer.

Cos’è per te un inno?
È una canzone intergenerazionale che supera ogni epoca. Sally, L’anno che verrà, Strada facendo. Ce ne sono tante.

E questa capacità la si perde invecchiando?
Non lo so, me lo chiedo tutti i giorni. Ci sono dei pezzi nell’ultimo disco di Venditti che non sono affatto male. Il problema sono i suoni, la produzione è pessima, brutta, senza carattere. Vasco è uguale. Ora si intercettano i gusti del pubblico medio che ascolta la radio.

Quindi la colpa è del pubblico?
Edgar Morin, un filosofo francese, se lo chiedeva riferendosi all’università: se non c’è cultura è colpa dell’università o degli universitari? È una massa che si deve muovere tutta insieme. La colpa è di Radio Deejay che non passa Dimartino, del produttore di Vasco o dei suoi discografici che non hanno abbastanza coraggio, come del pubblico che è poco curioso e ha perso il gusto per le cose belle.

Quanto impieghi per scrivere una canzone?
Non più di cinque minuti. Senza volermi minimamente paragonarmi a lui, anche Dylan faceva così. Se in breve non sei riuscito a buttar giù l’idea, è inutile, meglio abbandonare.

Quanto conta la tradizione nel songwriting italiano?
Io devo ammettere che ne sono dipendente, come penso lo sia anche Brunori. Non lo vedo come un difetto, è un gusto. Ci sono molte differenze tra un disco di Brunori e uno di De Gregori, come tra “Fuoricampo” dei Thegiornalisti e un disco degli Stadio. Certo per l’ascoltatore più superficiale siamo derivativi. Per me Massaroni Pianoforti scrive da Dio, ha una cura dei testi, del flow, ma per tutti è uno che copia Baglioni.

Ci si allena a fare i songwriter?
Fondamentalmente non ti alleni mai ma poi ti ritrovi a pensarci continuamente: anche se non scrivi una canzone al giorno ti fai viaggi interi in furgone a pensare alle batterie, alle linee di basso, a come posizionare quella parola.

Ti poni il problema di raccontare la realtà?
Bisogna raccontare qualcosa che non puoi fare a meno di raccontare. L’importante è che l’esigenza – che si tratti di gioia o di sofferenza – sia vera. Bisogna perdere la testa per scrivere cose forti. Puoi scrivere di politica, puoi raccontare la realtà, ma le più belle canzoni della storia della musica sono state scritte ai banconi dei bar, incontrando persone con le quali il più delle volte non è mai successo nulla ma che ugualmente hanno acceso desideri e favole mentali. Sono le persone che ti danno energia. I tramonti, invece, sono ormai passati di moda da un po’, giusto il mare dà ancora qualche soddisfazione.