La concentrazione negli occhi è la stessa, la differenza è tattile. Prima le dita sfogliavano la carta, ora scorrono su un touchscreen. Con una frequenza che cresce a ritmo esponenziale, i nostri smartphone svolgono oggi la stessa funzione che i giornali hanno avuto per più di cento anni: informare. Possibile? Dai dati del Digital News Report 2015, reso noto il mese scorso dal Reuters Institute dell’Università di Oxford, alle analisi presentate giorni fa dal Pew Research Center o Brandwatch, da settimane si susseguono studi e pubblicazioni che conducono a esiti convergenti: gli accessi da smartphone ai siti d’informazione aumentano vertiginosamente; gli algoritmi dei social sono sempre più centrali nell’offerta delle news; i video on-line generano flussi consistenti di audience. Mesi fa il Censis aveva già fotografato queste tendenze in modo molto chiaro con riferimento all’Italia. Rapporti come quelli del Reuters Institute di Oxford e del Pew Center ci confermano che si tratta di trend mondiali. E’ in atto una redistribuzione del potere informativo il cui unico precedente storico è nell’invenzione della stampa a caratteri mobili. Ad oggi, tuttavia, chi è in grado di far arrivare le notizie agli utenti non coincide con chi quelle notizie le ha prodotte. Ed è qui il nodo irrisolto di sostenibilità del sistema. Ma andiamo con ordine.

Secondo il Digital Report della Reuters, che ha preso in esame il pubblico di dodici Paesi tra cui Stati Uniti, Regno Unito, Australia, Giappone e Italia, ogni settimana due persone su tre usano lo smartphone per accedere a contenuti d’informazione. Il 25% lo considera addirittura lo strumento principale di consultazione delle news; percentuale che tra gli under 35 arriva al 41%. Le news vengono cercate direttamente sui motori di ricerca o sui social. Secondo il report del Pew Research center, negli Stati Uniti oggi usa i social per informarsi il 63% degli utenti Facebook e Twitter. E tra i Paesi in cui i social media sono considerati dagli utenti una fonte più importante della carta stampata c’è anche l’Italia. Qui come altrove, per una redazione on-line la priorità oggi è posizionare le news nella fascia temporale giusta sulla piattaforma più idonea.

Nell’ecosistema che giorno dopo giorno si va definendo, gli attori dominanti sono Facebook, Twitter, Google. I due giganti dei social stanno già preparando la loro evoluzione definitiva in editori con un’offerta di formati esclusivamente rivolti ai giornali: la piattaforma di Zuckerberg ha lanciato gli Instant articles; Twitter ha risposto con il project lightning, strumento che offrirà opportunità inedite per seguire la diretta un evento.

Ad essere competitive, per ora, sono le cosiddette testate “native” di seconda generazione: Buzzfeed, Huffington Post, Vice. Redazioni che dalla nascita basano il proprio approccio sul posizionamento sui social e sulla fruizione dei contenuti da cellulare. E che ora assumono reporter d’inchiesta, stipulano partnership con gruppi come Le Monde, El Pais, L’Espresso, fanno da avanguardia nei nuovi formati di giornalismo multimediale.

Sullo spinoso tema della sostenibilità, il Digital Report rileva che l’offerta di contenuto gratuito di carattere generalista è ormai talmente ampia che, per testate che puntino a un’utenza diffusa, non c’è paywall (modello di distribuzione a pagamento) praticabile. A complicare ulteriormente il quadro c’è l’insofferenza diffusa verso l’advertising on-line, con un conseguente calo degli introiti pubblicitari: più della metà delle inserzioni viene infatti bloccata dagli utenti e non riscuotono ancora la piena fiducia dei lettori nemmeno i nuovi modelli di “contenuto sponsorizzato”, ovvero le pubblicità confezionate in stile giornalistico.

Infine, il dato generazionale. Tutti i report evidenziano un crescente split nei consumi di news tra utenti giovani e over 35. I primi prediligono l’on-line, lo considerano fonte primaria di accesso alle news e consultano i social anche mentre guardano la tv. I secondi non sembrano aver intenzione alcuna di rinunciare ai telegiornali e vedono nel web una fonte integrativa.

In questa “guerra nucleare” dei contenitori, ad oggi a rischiare di essere la prima vittima è soprattutto la notizia. Chi è più bravo a distribuire, collocare, far condividere le news on-line coincide ancora troppo raramente con chi ha pagato il giornalista che le ha trovate e pubblicate. Probabilmente, per un giornalista professionista la “content curation” sui social è già oggi altrettanto importante dell’incipit dell’articolo: la scrittura di uno status di pagina Facebook o di un tweet efficaci in termini di engagement sono già entrati a far parte del mestiere. Quello che però ora né Mark Zuckerberg, né Jack Dorsey, né i loro programmatori sanno è come nutrire il sistema, come costruire un modello di fruizione delle news in grado di generare i profitti necessari a finanziare le inchieste dei giornalisti. Ammesso e non concesso che la cosa gli importi.