Pena di morte e ergastolo per il cadavere. E poi passarci sopra con lo schiacchasassi, e magari buttato dalla rupe (Tarpea, già che ci siamo), e raccolto con un coretto di marameo, gesti dell’ombrello, pernacchie a mano aperta. Quel che succede a Alexis Tsipras, nel giubilo generale degli europei – quelli di destra, ovvio, quelli di “sinistra”, altrettanto ovvio – e dei loro giornaloni potenti (e giornalini, ci metto pure l’Unità) è un caso di scuola. Insomma, il destino dei leader della sinistra che non vuole essere – finché può, finché sa – la finta sinistra liberista à la page col desiderio di essere come tutti, è quello lì: morte e distruzione, umiliazione e sberleffo.

Ognuno cerchi i suoi esempi nella memoria e nelle vecchie cronache. Zapatero che sembrava il messia e poi si zapaterizzò velocemente nel tran tran e nella quasi scomparsa. Nel nostro piccolo, gli Ingroia suscitatori di chissà quali speranze (peregrine, va detto) e poi dissoltosi come un ghiacciolo a ferragosto… Antò, fa caldo. E questo per il passato. E per il futuro, si vedrà, ma è chiaro che si gioca anche di sberleffo preventivo, basti leggere certi giudizi su Landini, Civati, e chiunque si permetta, alimentati a suon di sentenze e ironie dai commentatori di destra e – ancora – di “sinistra”.

Ma insomma, Tsipras fa caso a sé: non è una comparsa ma un protagonista, ha vinto le elezioni (lui), guida un paese, non una promessa che si prepara a guidarlo un domani, chissà. Poi perché i giudizi su di lui hanno oscillato come pendoli impazziti all’oscillare delle vicende greche. Cattivo comunista e pessimo debitore prima, nella fase della paura che in qualche modo ce la facesse. Poi schifoso calabraghe quando portava le sue proposte in Europa. Poi di nuovo diabolico agitatore. E poi – qui il colmo, il testacoda – populista quando chiese al suo popolo di esprimersi, cosa davvero incredibile che un capo di governo capace di indire un referendum in sei giorni, portare a votare tutti, e vincere, sia chiamato “populista” anziché “democratico”, ma tant’è.

E poi, ultimo atto della tragedia (là) e farsa (qui): la sconfitta e l’umiliazione, salutate con un boato di gioia. E si capisce, certo. Il tentativo di ribaltare il pensiero unico liberista-monetarista non è riuscito, la paura rientra, chi prova a cambiare il gioco verrà schiacciato senza pietà. Il solito “guai ai vinti”, con una aggiunta di astio e bile: chi temeva uno Tsipras vincente – o almeno non perdente – non si accontenta di vincere, vuole lo scalpo. E così si assiste allo spettacolo indecente di una destra ultraliberista e di una sinistra ultraparacula che gli rimprovera di non averla saputa realizzare, quella rivoluzione che li fece, per qualche minuto, scusate il francesismo, cagare addosso. Amici del Fmi e sostenitori di Schauble che dicono oggi, su Tsipras, le stesse cose dei black bloc greci in rivolta ad Atene: venduto, lacché della Banca Europea.

C’è del furore che si spiega solo così: Tsipras gli aveva messo una fifa blu. E si sa come vanno le cose da queste parti, e lo spiegò bene Michele Serra: che “Preferiamo rassegnarci in compagnia che ribellarci da soli”.

Il Fatto Quotidiano, 17 luglio 2015