Il 5,7% delle famiglie italiane è in una condizione di povertà assoluta, cioè non può permettersi di acquistare un paniere di beni e servizi considerati essenziali per una determinata famiglia per uno standard di vita minimamente accettabile. Lo scorso anno la percentuale si è stabilizzata dopo due anni consecutivi di aumento, ma gli indigenti restano 4,1 milioni, pari al 6,8% della popolazione residente. A rilevarlo è un rapporto dell’Istat, che mette in luce anche forti differenze tra le diverse aree del Paese: se al Nord la povertà assoluta si ferma al 4,2%, al Sud la percentuale è dell’8,6%, più del doppio.

Nei piccoli comuni del Mezzogiorno poi, nonostante il calo dal 12,1 al 9,2%, la povertà assoluta rimane quasi doppia rispetto a quella rilevata nelle aree metropolitane. Il contrario accade al Nord, dove la povertà assoluta è più elevata nelle aree metropolitane (7,4%) rispetto ai restanti comuni (3,2% tra i grandi, 3,9% tra i piccoli). Tra le famiglie con stranieri la povertà assoluta è più diffusa che nelle famiglie composte solamente da italiani: il tasso è del 12,9% contro il 4,3%. E sale al 23,4% per i nuclei composti da soli stranieri. Il gap è più ampio nelle aree più ricche, il Nord e il Centro: qui la povertà tra le famiglie di stranieri è di oltre sei volte superiore a quella delle famiglie di soli italiani, mentre nel Mezzogiorno è circa tripla.

grafici povertàL’incidenza della povertà assoluta scende all’aumentare del titolo di studio: se la persona di riferimento è almeno diplomata, l’incidenza (3,2%) è quasi un terzo di quella rilevata per chi ha la licenza elementare, che si attesta all’8,4%. Inoltre, evidenzia l’istituto di statistica, la povertà assoluta riguarda in misura marginale le famiglie con a capo imprenditori, liberi professionisti o dirigenti (l’incidenza è inferiore al 2%), si mantiene al di sotto della media tra le famiglie di ritirati dal lavoro (4,4%), sale al 9,7% tra le famiglie di operai per raggiungere il valore massimo tra quelle con persona di riferimento in cerca di occupazione (16,2%).

Lo scorso anno è migliorata la situazione delle coppie con figli: tra quelle che ne hanno due l’incidenza della povertà assoluta passa dall’8,6% al 5,9%. Scende dal 7,4 al 6% anche la percentuale relativa alle famiglie con a capo una persona tra i 45 e i 54 anni. Quanto ai nuclei di cui è capofamiglia un disoccupato, la povertà assoluta è passata per loro dal 23,7% al 16,2%. Secondo l’Istat la spiegazione è che più spesso, rispetto al 2013, hanno al proprio interno anche persone occupate o ritirate dal lavoro e quindi titolari di una pensione.

Come quella assoluta, anche la povertà relativa – calcolata come percentuale di famiglie con una capacità di spesa inferiore ai 1.041 euro al mese per due persone – risulta stabile: nel 2014 coinvolgeva il 10,3% delle famiglie e il 12,9% delle persone residenti, per un totale di 2 milioni 654 mila famiglie e 7 milioni 815 mila persone. Anche in questo caso si conferma il miglioramento della condizione delle famiglie con a capo una persona in cerca di occupazione: l’incidenza passa dal 32,3% al 23,9%. Per i residenti nei piccoli comuni del Mezzogiorno scende invece dal 25,8% al 23,7%: in questo caso il miglioramento si contrappone al leggero peggioramento registrato rispetto all’anno precedente nei grandi comuni, dove il tasso è aumentato dal 16,3% al 19,8%.