Povero Alexis Tsipras, re di Atene che per sei mesi ha tentato di dare scacco matto ai barbari teutoni e ai suoi alleati d’Europa e del Fondo Monetario Internazionale, i “cattivi” della Trojka. Ora l’accusano di aver tradito le speranze di un popolo che fieramente otto giorni fa aveva detto no all’accordo imposto dai creditori, il suo ex ministro delle Finanze Yanis Varoufakis addirittura lo accusa d’avere ceduto alle pressioni di coloro che prima hanno strangolato la Grecia, poi l’hanno umiliata e adesso la vogliono vassalla, in ginocchio. E c’è tutto un popolo sconvolto, disorientato, illuso e deluso. E’ finito forse l’idillio dei greci con il leader di Syriza?

Di certo, la sua immagine è assai screpolata. Sembrava Achille, è rimasto Ettore. Voleva dare speranze e orgoglio, è tornato a casa con le pive nel sacco. Impersonava l’anticapitalismo non solo greco ma di quell’Europa che non vuole sottostare alla “zona Euro disciplinare”, ha invece dovuto accettare le condizioni di un piano le cui misure “neoliberali”, secondo Panayiotis Lafazani, ministro della ripresa produttiva “non possono che aggravare la recessione”. Insomma, ha scontentato tutti. I militanti del suo movimento politico. L’ala radicale della sinistra. La maggioranza dei greci che aveva votato “no” al referendum (il 61,13 per cento).

Aveva detto, Tsipras il tribuno, che il risultato del referendum non sarebbe stata “una rottura, ma un mandato per rafforzare i negoziati”. Interpretava la piccola, fragilissima Grecia capace, come Leonida e i 300 valorosi spartani delle Termopili, di opporsi allo straripante esercito persiano. Come racconta Erodoto, Serse chiese a Leonida di deporre le armi. Il re spartano rispose: “Vieni a prenderle”. Leonida e i suoi combatterono sino all’ultima stilla di sangue, e morirono tutti. La loro memoria fa rima con gloria. Il Serse di Berlino è stato più perfido: le armi è venuto a prenderle, peggio, ha costretto Tsipras Leonida ad arrendersi e a deporle in quel di Bruxelles. Poi, lo ha costretto a tornare in patria, a spiegare, a giustificare. Poco importa, ai greci, che dietro la scelta di Tsipras ci sia stato l’80 per cento della Vouli, il Parlamento (composto da 300 deputati), proprio questo sostegno trasversale ha ancor più esacerbato l’opinione pubblica, sino ad allora schierata con il suo re: ha ricevuto l’appoggio dei partiti d’opposizione, a costo di fomentare la dissidenza interna di Syriza, ma ne è valsa la pena?

Qualcuno dice che c’è stato teatro, in piena tradizione, qualcun altro ha scritto che la Grecia di Tsipras si trovava tra Scilla e Cariddi, e che Alexis non aveva altra scelta. Altri deplorano la sua mossa d’azzardo – il referendum – che ha fatto perdere sette giorni, per poi andare al tavolo delle trattative ed ottenere meno di quello che avrebbe potuto avere se avesse accettato le proposte. Il dibattito parlamentare è infatti durato più di dodici ore, una diretta tv che non ha convinto chi l’ha seguita, anzi; in certi momenti è stato intenso, focoso, ma a d uso e consumo dei telespettatori; alla fine 251 deputati su 300 gli hanno dato fiducia, gli hanno cioè concesso la “procura” a trattare, per evitare il peggio del peggio. E anche questo, è parsa – col senno di poi – una manfrina. Dalla tragedia alla commedia.

Tsipras aveva promesso di dire no all’austerità e il popolo aveva gioito, e ci aveva creduto. Ma è stato come danzare sul bordo del cratere di un vulcano che sta eruttando. Le voci dei “duri” di Syriza sono sempre più fioche. Quella del filosofo (e membro del partito) Panagonis Sotiris, per esempio: per il quale l’unica soluzione restava e resta ancora l’uscita dall’Euro, ciò che la gente tuttavia non vuole. Semmai, l’uscita dall’austerità. Obiettivo nel mirino di Alexis, pure quello fallito.

Un luglio amaro, sotto ogni punto di vista; persino sotto quello del look, quanta ironia adesso sulla giacca blu la camicia senza cravatta in confronto all’impeccabilità (ipocrita) dei suoi interlocutori della trojka. Resta, della rapida ascesa di Tsipras il fatto paradossale di essere diventato eroe delle destre della destra e delle sinistre della sinistra, degli opposti estremismi, che hanno strumentalizzato la sua lotta contro l’egemonia del sistema bancario internazionale, della globalizzazione e di una fiscalizzazione strangolatrice. Eroe di un euroscetticismo che lui stesso è stato costretto a rinnegare, perché il populismo si nutre di slogan, però dopo bisogna fare i conti coi conti. Con la realtà. Col fatto che il tasso di disoccupazione ha raggiunto il 26,6 per cento, che su 11 milioni di abitanti, 1,7 milioni non hanno lavoro e che chi vuole vendere in Grecia non lo fa più perché sa che non verrà pagato.

Peccato, davvero, Tsipras, anche quando hai tentato di spaventare l’Unione Europea andando da Putin, ben sapendo che pure lo zar di Mosca è assai prudente, quando si tratta di scucire quattrini (gas e petrolio, sì, ma ai greci serve molto altro…). Eppure, per noi che stiamo sempre dalla parte del più debole, preferiamo ricordarti per l’impeto e l’orgoglio con cui ti sei battuto in nome di una “democrazia europea” contro l’intransigenza di Bruxelles e la protervia di Wolfgang Schäuble, il ministro delle Finanze tedesche, boia dei greci, idolo della Germania. Perché con la crisi greca la Storia ha fatto ritorno in Europa.