La sentenza è definitiva. Farà giurisprudenza e, per questo motivo, fa paura. A chi? Al ministero dell’Economia, condannato dal Tribunale civile di Lecce a risarcire un azionista di minoranza di Alitalia per il fallimento, nel 2008, della vecchia compagnia aerea di bandiera. La colpa del Tesoro (all’epoca titolare del 49,9 per cento della società)? Aver assicurato con atti ufficiali e dichiarazioni pubbliche che lo Stato non avrebbe fatto fallire Alitalia e che, anzi, avrebbe garantito la continuazione dell’attività imprenditoriale, pur mancando un vero progetto di salvataggio e di continuità industriale. I piccoli azionisti ci hanno creduto e, alla fine, hanno perso tutto. Perché poi la “bad company” Alitalia è fallita, mentre la parte sana è stata svenduta ai “capitani coraggiosi” guidati da Roberto Colaninno.

Da questo dato di fatto sono nati la causa di un risparmiatore salentino contro il Mef, il processo e la sentenza di condanna, pubblicata il 7 maggio e passata in giudicato il 22 giugno: il giudice ha imposto al dicastero di Pier Carlo Padoan di risarcire l’autore della denuncia, per danno emergente e danno patrimoniale da lucro cessante, con una somma pari a 435mila euro circa. A cui vanno aggiunti gli interessi legali, la rivalutazione e le spese processuali. Fin qui la decisione del giudice, che ha ribaltato quanto stabilito in precedenza da altri tribunali italiani. Ciò che preoccupa via XX Settembre, però, è ciò che potrebbe succedere qualora anche gli altri piccoli azionisti (in tutto sono oltre 20mila) decidessero di adire le vie legali e seguire l’azione intentata dall’avvocato Francesco Toto e dallo Sportello dei diritti di Lecce rappresentato da Gianni e Francesco D’Agata.

Le stime sono presto fatte. Per avere un’idea delle cifre in gioco, bisogna ricordare che il giorno prima che Alitalia venisse bloccata dalle contrattazioni da Consob e Borsa Italiana (il 3 giugno del 2008) le sue azioni, che non sono più state scambiate sul mercato, valevano 0,4450 euro l’una. Il capitale ordinario non in mano al Tesoro, quindi, valeva 315,328 milioni di euro. Sempre a titolo esemplificativo delle grandezze in gioco, utilizzando come parametro il risarcimento ottenuto dal risparmiatore di Lecce (0,989 euro per azione al netto di rivalutazione, interessi e spese processuali), ne deriva un valore di oltre 700 milioni di euro per il totale delle azioni Alitalia che il Mef non possedeva nel 2008. Il calcolo è chiaramente approssimativo, anche perché dal totale andrebbero sottratti i titoli di quanti accettarono la proposta di risarcimento del governo tramite lo scambio delle azioni della compagnia fallita con dei titoli di Stato, ma è sufficiente a rendere l’idea. Non va trascurato, poi, che dopo 5 anni per la responsabilità extracontrattuale interviene la prescrizione e chi non l’ha bloccata con un atto ufficiale entro il 2013 è fuori da ogni richiesta di risarcimento. Restano tutti gli altri. Tra questi i 50 piccoli azionisti rappresentati dal legale pugliese e un altro, imprecisato numero di risparmiatori che hanno deciso di tutelarsi producendo documenti ad hoc (denunce, esposti). Quanti sono non si sa con esattezza.

Le motivazioni della sentenza di condanna del giudice Italo Mirko De Pasquale, tuttavia, sono chiarissime e possono salvaguardare chi nell’operazione ha perso piccoli o grandi patrimoni: la responsabilità del ministero è legata alla “prosecuzione dell’attività aziendale di Alitalia Linee Aeree italiane spa pur in mancanza di prospettive industriali e determinando così l’affidamento incolpevole degli azionisti circa la volontà dello Stato di sostenere Alitalia e di evitare il fallimento e l’insolvenza della società”. Il diritto al risarcimento nasce in pratica dalle modalità con cui nel 2008 il governo Berlusconi, dopo aver bocciato l’offerta di acquisto presentata da Air France-Klm, ha deciso di far fallire la vecchia Alitalia e trasferire alla Cai dei “capitani coraggiosi” la parte sana della compagnia. La querelle sull’intervento dei francesi nella “compagnia di bandiera” fu al centro della campagna elettorale, culminata nell’aprile 2008 nella vittoria della coalizione di centrodestra: in nome dell’italianità Berlusconi promise che in caso di elezione avrebbe rotto le trattative con il gruppo d’Oltralpe che erano state portate avanti fino a quel momento dall’esecutivo di Romano Prodi. Di lì la messa a punto del Piano Fenice (messo a punto da Corrado Passera), quello che prevedeva la costituzione da parte della cordata di 16 investitori italiani di una nuova società con dentro gli aerei, le licenze, le rotte e la AirOne di Carlo Toto. Mentre la bad company carica di debiti ed esuberi finì in amministrazione straordinaria. Scaricando sul groppone dei contribuenti tutti gli oneri del caso (oltre 3 miliardi di euro).

Nel frattempo però, secondo la sentenza, il Tesoro guidato all’epoca da Tommaso Padoa Schioppa aveva determinato appunto un “affidamento incolpevole degli azionisti”. Nel mese di aprile il consiglio dei ministri aveva infatti concesso ad Alitalia un prestito ponte da 300 milioni a valere su fondi del ministero proprio per evitarne il commissariamento. Inducendo così i piccoli soci a sperare nel salvataggio, che poi non c’è stato. Come prova vengono citati “relazioni e bilanci del gruppo Alitalia al 31.12.2006/2007, la Relazione del commissario straordinario del 19.11.2008 redatta dal professor Augusto Fantozzi e la nota del 15.09.2008 del commissario straordinario (sempre Fantozzi). Il quale, con quest’ultimo documento, aveva previsto che i piccoli azionisti che avessero subito un danno dal fallimento di Alitalia potessero accedere al fondo di tutela per le vittime delle frodi finanziarie.

Ora a pagare sarà il ministero. “Io rappresento ufficialmente 50 piccoli azionisti, ma salvaguardo gli interessi di 11mila piccoli risparmiatori”, ha detto a ilfattoquotidiano.it l’avvocato Francesco Toto. “La sentenza è a beneficio di tutti, apre una strada”. Il governo cosa può fare? “O paga subito, magari studiando un decreto ad hoc, o rischia di trovarsi di fronte a una serie lunghissima di contenziosi aperti”. A meno che la prescrizione non salvi casse e ragione di Stato. “In tal caso Renzi o chi per lui dovrà spiegare ai pensionati che avevano investito in Alitalia la fine che hanno fatto i loro risparmi“.