La riforma Dini delle pensioni, la legge 335 del 1995, segnò uno spartiacque generazionale tra i lavoratori più anziani, che potevano continuare a beneficiare del sistema di calcolo retributivo (più favorevole), e quelli più giovani che, invece, passarono al contributivo (più penalizzante). Per questi ultimi, l’ammontare della pensione è proporzionale ai contributi versati mese dopo mese nell’arco dell’intera vita lavorativa.

La crescente precarizzazione del lavoro e le difficoltà a trovare un’occupazione stabile e duratura, hanno reso ancora più incerte le prospettive future di poter incassare un assegno pensionistico che garantisca l’autosufficienza. Ciascun lavoratore accantona ogni anno a fini pensionistici una parte del suo reddito lordo imponibile, che si va a cumulare con quanto versato negli anni precedenti, costituendo il cosiddetto montante contributivo, una somma che cresce nel tempo. Il legislatore ha pensato anche alla capitalizzazione di tale montante, ovvero all’adeguamento del suo valore nel corso del tempo. Il meccanismo prevede che il “tasso annuo di capitalizzazione è dato dalla variazione media quinquennale del prodotto interno lordo (Pil) nominale, appositamente calcolata dall’Istat, con riferimento al quinquennio precedente l’anno da rivalutare”. Il tasso di capitalizzazione, che nel 1997 era del 5,6% si è progressivamente ridotto a causa della bassa crescita dell’economia italiana e della ridotta inflazione.

La diminuzione del 3,5% del Pil nominale avvenuta nel 2009 (governo Berlusconi) ha creato un serio problema, considerato che il tasso di capitalizzazione per il 2014, che ha effetto per le pensioni da liquidare nel 2015, è pari a 0,998073. Per la prima volta, quindi, il montante contributivo accumulato dai lavoratori diminuirebbe. L’interpretazione della norma è, però, tutt’altro che chiara. Poiché la legge parla di “anno da rivalutare” è impensabile che si possa applicare un coefficiente inferiore a uno. A novembre scorso l’Inps (allora guidata dal commissario straordinario Treu) ha chiesto lumi al governo che, pochi giorni fa, con il Decreto legge 65 del 2015, recante “disposizioni urgenti in materia di pensioni, ammortizzatori sociali e garanzie sul Tfr”, emanato per venire (seppur di poco) incontro alla sentenza della Consulta, ha risolto – a modo suo – il problema. Alla legge Dini del 1995 è stato aggiunto un comma in cui si precisa che “il coefficiente di rivalutazione del montante contributivo… non può essere inferiore a uno, salvo recupero da effettuare sulle rivalutazioni successive”. La relazione tecnica di accompagnamento afferma che “la disposizione è finalizzata a scongiurare la perdita di valore dei trattamenti pensionistici che deriverebbe dalla svalutazione dei montanti contributivi accumulati dai lavoratori”. Nulla di più falso. I coefficienti ricavabili dalle stime del Pil (0,998073 per il 2014 e 1,005331 per il 2015), sono stati modificati per decreto aumentando a 1 il primo e riducendo a 1,003394 il secondo. Considerando un ipotetico lavoratore che ha accumulato un montante contributivo di 200 mila euro e versa 10 mila euro all’anno di accantonamenti per la pensione, ci troviamo di fronte a tre possibili scenari.

Se il governo, nel rispetto del principio di rivalutazione originariamente contenuto nella Legge Dini, avesse optato per una soluzione di buon senso riportando a 1 il coefficiente 2014 senza ridurre quello dell’anno successivo, il lavoratore avrebbe potuto contare alla fine del periodo su una somma pari a 221.120 euro. Se si applicassero i coefficienti effettivi il montante scenderebbe a 220.732 euro. Con quelli del decreto il valore si riduce addirittura a 220.712 euro. In buona sostanza, a parte coloro che stanno per andare in pensione e ai quali lo Stato non farà in tempo a effettuare il recupero, tutti gli altri lavoratori subiranno un danno economico, in quanto il montante contributivo non si rivaluta adeguatamente. Un camouflage legislativo che fa passare per onerosa (circa 12 milioni di euro) un’operazione che, invece, porterà futuri risparmi nelle casse dello Stato, superiori a quelli che si sarebbero comunque conseguiti senza alcun intervento. Un gioco delle tre carte, quello del duo Renzi-Padoan, che a conti fatti determina una ingiusta penalizzazione per i lavoratori. Talmente ingiusta che ieri è stato depositato in commissione Lavoro alla Camera – dove il dl è in discussione – un emendamento per tornare indietro, firmato dal Pd, ma anche da Fi, M5s, Misto ed ex 5Stelle.

di Franco Mostacci

Da Il Fatto Quotidiano del 17 giugno 2015