Un’interrogazione alla Regione Emilia Romagna per fermare le trivelle che vorrebbero cercare idrocarburi a meno di 12 miglia dal litorale ravennate. Si unisce alla battaglia delle associazioni ambientaliste schierate contro le trivellazioni a ridosso delle coste emiliano romagnole, Yuri Torri, consigliere regionale di Sel. Firmatario di un provvedimento per chiedere al governo regionale di opporsi all’ampliamento della concessione, approvato dal ministero dello Sviluppo economico, alla società petrolifera australiana Po Valley Operations. Che vorrebbe scavare il sottosuolo Adriatico per cercare gas e petrolio. Un via libera, quello del dicastero capitanato da Federica Guidi, che già a fine maggio le associazioni Fai, Greenpeace, Legambiente, Marevivo, Touring Club Italiano e WWF avevano portato davanti al Tar del Lazio, perché, spiega Torri, “parliamo di un’operazione che mette a rischio la biodiversità e la bellezza del nostro mare, e danneggia settori produttivi strategici come il turismo e la pesca”. In che modo? Estendendo la superficie trivellabile precedentemente autorizzata, e situata proprio al largo del litorale ravennate, da 197 chilometri quadrati a 526 chilometri quadrati, tanto da consentire agli australiani di scavare a meno di 12 miglia, cioè circa 19 chilometri, dalle spiagge.

Un permesso, attaccano le associazioni ambientaliste, “in palese violazione della normativa del 2010, che vietava tali attività entro questi limiti. Ma come sempre, fatta la legge, trovato l’inganno”. La riperimetrazione dell’area già concessa a Po Valley Operations, infatti, secondo i firmatari del ricorso al Tar del Lazio, presentato contro i ministeri dello Sviluppo Economico, dell’Ambiente, delle Infrastrutture e dell’Agricoltura, e nei confronti della società PO Valley Operations, del Comune di Ravenna, di Ispra e della stessa Regione Emilia Romagna, sarebbe dovuta a un’interpretazione dell’articolo 35 del decreto Sviluppo del 2012, siglato dal ministero allo Sviluppo economico ai tempi di Corrado Passera e del governo di Mario Monti. La norma prevedeva una deroga al limite delle 12 miglia, fatti salvi i procedimenti autorizzatori e concessori in corso alla data del 29 giugno 2010.

“Come ha chiarito però il Consiglio di Stato – spiegano gli ambientalisti e Sel – l’ampliamento di un’attività già concessa non può essere inquadrato all’interno di quell’articolo. Quindi è una violazione della legge, che vanifica il divieto delle 12 miglia introdotto nel 2010”. Da qui il dito puntato contro il governo di Matteo Renzi. “Come se non bastasse – scrivono i firmatari del ricorso – una legge che sulle trivelle a mare ha numerosi profili di contrasto con la normativa europea, ora si gioca a fare gli apprendisti stregoni con leggi già oggetto di sentenza da parte del Consiglio di Stato, peraltro chiarissime”.

A preoccupare gli ambientalisti, poi, è anche il fatto che le trivelle scaveranno in un territorio soggetto a subsidenza. Oltre che di elevato valore turistico. Nei pressi del Delta del Po, ad esempio, che appena il 9 giugno scorso è stato riconosciuto dall’Unesco Riserva della Biosfera per la soddisfazione della stessa Regione Emilia Romagna. “Si tratta di un risultato straordinario – chiosava da Parigi l’assessore regionale alle Politiche ambientali Paola Gazzolo – un riconoscimento che ci onora e al tempo stesso ci carica di una nuova responsabilità. E’ una prestigiosa qualifica di cui possono fregiarsi solo 13 riserve italiane e 631 nel mondo, che impreziosisce una vastissima area di inestimabile valore storico, culturale e ambientale”.

Ma se Legambiente, già nel 2014, si era appellata alle amministrazioni locali e alla giunta regionale per ottenere il divieto alle attività di estrazione di idrocarburi lungo la costa, lo stop non è arrivato, e ora le trivelle saranno autorizzate ad avvicinarsi al litorale. “Peraltro con il rischio che si crei un precedente – sottolinea Legambiente –  perché se passa indenne questa interpretazione del ministero, si potrà trivellare praticamente ovunque nei nostri mari, in spregio alla bellezza e alla biodiversità dell’Adriatico, a danno di turismo e pesca e a detrimento delle comunità costiere e di tutto il Paese”.