Tre anni di residenza sul territorio prima di poter fare domanda per una casa popolare. C’è chi lo definisce “un cambio di rotta” e chi “il crollo di un tabù” quello approvato dalla Regione Emilia Romagna a guida Partito democratico, che il 9 giugno ha votato in Assemblea legislativa i nuovi criteri per accedere agli alloggi Erp, cioè all’edilizia residenziale pubblica, introducendo la residenzialità storica come requisito necessario a fare domanda per una casa popolare. Una battaglia che fino a oggi era appartenuta più al partito di Matteo Salvini che a quello di Matteo Renzi, tanto che in aula la Lega Nord ha applaudito il Pd, anche se poi si è astenuta dal votare perché di anni di residenza ne avrebbe voluti obbligatori otto, o almeno cinque. Ma che alla fine è stata fatta propria anche dai democratici, che hanno approvato il testo a maggioranza. “E’ un provvedimento pragmatico – sottolinea la vicepresidente dell’assemblea legislativa Elisabetta Gualmini – introduciamo un cambiamento assolutamente ragionevole”. Contrari, invece, il Movimento 5 Stelle, Forza Italia e Fratelli d’Italia, mentre si sono astenuti, oltre agli eletti della Padania, anche i consiglieri di Sinistra ecologia e libertà e dell’Altra Emilia Romagna, i primi a dire “no” al provvedimento a firma Pd.

“Più sentenze della Corte costituzionale hanno affermato la non diretta relazione della durata della residenza rispetto al bisogno abitativo – spiega Piergiovanni Alleva, dell’Altra Emilia Romagna – la Corte ha ripetutamente negato che vi possa essere una riduzione del diritto ad avanzare domanda di un alloggio pubblico. Perciò, inserire per legge il requisito indispensabile della residenza da almeno tre anni, significa innescare un forte pericolo di contenzioso fra gli aspiranti assegnatari”. “Nella realtà alla concreta – sottolinea anche Igor Taruffi di Sel – oggi l’80 per cento degli alloggi Erp è assegnato a cittadini italiani e le liste d’attesa vanno ridotte non abbassando il numero di chi può fare domanda, ma aumentando l’offerta”.

E a puntare il dito contro il Pd è anche il Movimento 5 Stelle, firmatario di un emendamento che avrebbe voluto estendere la possibilità di accedere alle graduatorie Erp “anche a chi ha stabilito la sede principale dei suoi affari o dei suoi interessi nella città dove ha intenzione di presentare la domanda”, poi bocciato in aula. “Questo provvedimento è un pasticcio – attacca Raffaella Sensoli, consigliere regionale pentastellato – da domani chi non ha un contratto a tempo indeterminato e vive di brevi o saltuari rapporti di lavoro precari non potrà più richiedere un alloggio Erp. Un paradosso, visto che dovrebbero essere proprio loro le persone che ne hanno più bisogno. Il Pd ha ceduto ancora una volta ai ricatti della Lega Nord, sorpassandola addirittura a destra”.

Critiche che però sono state respinte in toto dal Partito democratico, che invece sulle nuove disposizioni approvate in aula, residenzialità storica, ma anche semplificazione dei criteri per la permanenza nelle case popolari, requisiti economici riformati, turn over, e un piano d’investimenti inserito nel “programma pluriennale delle politiche abitative”, si definisce “soddisfatto”. “In Emilia Romagna il patrimonio di edilizia residenziale pubblica comprende attualmente 55.628 alloggi, di cui il 93% (51.455) occupati con 119.000 abitanti. La delibera di giunta approvata in assemblea è all’insegna della concretezza – spiega Gualmini – L’Erp, così com’è, non funziona: ha pochissima rotazione, ci sono in tutta l’Emilia Romagna quasi 35mila famiglie in attesa. Un alloggio pubblico non può essere considerato un vitalizio, o qualcosa da regalare ai propri figli”. Per quanto riguarda, poi, la residenza storica, “già peraltro adottata da altre regioni, come Toscana e Lombardia, è un cambiamento assolutamente ragionevole. L’idea di un radicamento medio-lungo nel territorio ha un senso rispetto a un bene dalle caratteristiche di godimento duraturo come la casa”.

 

“Abbiamo fatto breccia nel muro del Pd – chiosa anche Alan Fabbri, capogruppo del Carroccio – è una data da segnare sul calendario, perché segna il primo passo verso il pieno riconoscimento dei diritti degli emiliano romagnoli, negati per 50 anni. Ora siamo pronti a collaborare con quella parte del Pd che si è liberata dell’ideologia, cercando nuove soluzioni a tutela della nostra gente, secondo criteri non di parte, ma di buon senso”.