Come muore una delle industrie italiane più famose nel mondo? In silenzio, per consunzione, errore dopo errore, equivoco dopo equivoco. Si parla di Olivetti, marchio italiano fondato nel 1908 dall’ingegner Camillo e portato ai vertici mondiali dal lavoro di suo figlio Adriano, che ne divenne direttore nel 1932, e dai successori. Elencarne i prodotti avrebbe il sapore dell’amarcord, basti dire che ancora all’inizio degli anni Novanta Olivetti aveva sedi in oltre cento paesi, 50mila dipendenti, un fatturato da multinazionale. Di più: all’inizio dei Duemila, il personale era ancora attorno alle 5mila unità e il fatturato al miliardo di euro. Chi ha conosciuto quella Olivetti fa fatica a riconoscerla nei 570 dipendenti con 227 milioni di fatturato di oggi. Semplicemente quella storia – una delle più affascinanti avventure imprenditoriali italiane – è finita e Telecom, che controlla l’azienda dal 1999, da quando Matteo Colaninno la usò per scalare la ex monopolista telefonica a debito, non sembra capace di mettere a frutto un marchio straordinariamente famoso e continua a perderci soldi mentre la “O” rossa si spegne un pezzo dopo l’altro.

Ennesimo piano industriale: 332 tagli su 570 lavoratori
Nelle scorse settimane, Telecom ha presentato l’ennesimo piano industriale: 332 esuberi su 570 dipendenti, duecento nel capoluogo canavese. I primi andranno via da giugno, per essere ricollocati in qualche nuovo call center o attività similari: è già accaduto altre volte e non è andata bene. Quanto ai residui 240 lavoratori Olivetti, invece, verranno incorporati con Telecom Italia Digital Solutions, 200 dipendenti a Roma e brutte acque pure per lei: non proprio un matrimonio tra giovani virgulti. La nuova grande idea industriale è offrire applicazioni digitali Telecom alle Pmi. Quali? Non si sa. In ogni caso, pare che nella società madre nessuno sappia che quella di Ivrea è una storia di manifattura, non una dotcom. I sindacati parlano di “chiusura mascherata”, di “penultimo passo” verso l’obitorio. I deputati di Sel Giorgio Airaudo e Antonio Placido hanno presentato un’interrogazione al ministro del Lavoro Giuliano Poletti sul rischio che quest’operazione sia solo “l’anticamera di un’ennesima ondata di licenziamenti”. Fabrizio Bellino della Fiom, scrive La Sentinella del Canavese, chiede “un rilancio sulla base di un piano industriale realistico”: “Qui serve subito una mobilitazione del territorio per difendere quel poco che resta”.

Il colosso telefonico ci ha rimesso milioni, troppi soldi ai dirigenti che causavano il buco
Ma cosa resta? Nel 2002 Olivetti aveva ancora circa 4.500 dipendenti, 2.500 dei quali in Italia, e fatturava un po’ meno di un miliardo di euro. Dal 2003 al 2014 le perdite medie annue s’aggiravano sui 30-35 milioni per un totale di 400 milioni totali all’ingrosso che prima Pirelli e poi Telecom hanno dovuto ripianare. Ora ci risiamo. Il nuovo piano costa infatti una sessantina di milioni: 30 per le perdite e altrettanti per allontanare i dirigenti e spingere in pensione o mobilità volontaria impiegati e quadri. Resta una domanda. Di chi è la colpa? Solo della distruzione creatrice che anima gli spiriti animali del capitalismo? Non proprio, a dare un’occhiata da vicino a gestione e bilanci degli ultimi anni. Risulta evidente, ad esempio il via-vai di presidenti, amministratori delegati, top manager e dirigenti, spesso in conflitto tra loro e con poche (o nulle) competenze nel mercato di Olivetti. In compenso, però, tutti con ottimi stipendi. Nel 2008, per dire, con fatturato già in picchiata, c’erano una trentina di dirigenti e il cda – presidente Francesco Forlenza (ex capo del personale di Ferrovie, pensionato, ma amico dell’allora capo di Telecom Franco Bernabè), amministratore delegato Patrizia Grieco (ex Italtel) – costò quasi due milioni. La spesa aziendale della sola Grieco, negli anni in cui è stata sia presidente che ad, veleggiava tra gli 800 mila e il milione di euro.

L’attuale amministratore di Olivetti, Riccardo Delleani, ex presidente di Telecom Sparkle, è arrivato a fine 2014 insieme al direttore generale, Fabrizio Grattarola (non bastava un ad?). Voci ben informate parlano di un costo aziendale per i due che potrebbe superare il milione. Con Grattarola, sempre da Telecom, sono arrivati altri 5 dirigenti che erano “in attesa di collocazione”: non proprio il personale più motivato del mondo. Eppure a Ivrea, nel 2014, di dirigenti ce n’erano già 22 per una spesa di circa 7 milioni annui. Non mancano nemmeno i consulenti: uno è l’ex capo degli acquisti, che ha avuto un contratto triennale per efficientare i suoi precedenti contratti.

Il suicidio: l’addio a nanotecnologie e prodotti proprietari per tentare la fortuna coi tablet
Un decennio. Tanto è bastato a Pirelli e Telecom per azzerare il valore di un’azienda e di un marchio centenari. La crisi, lunghissima, è diventata terminale quando Patrizia Grieco ha scelto per “creare valore” di abbandonare le nanotecnologie, l’unica ancora posseduta da Olivetti, e di non investire più nei pochi prodotti proprietari rimasti: stampanti specializzate bancarie, registratori di cassa e terminali per il gioco. Su quei business, oggi, si arricchisce la concorrenza. La nuova mission di Olivetti, per Grieco, è questa: rientrare nel mercato dei pc, dove era già fallita l’ex Personal Computer Olivetti, e lanciarsi in quello dei tablet (Apple, Lenovo e Samsung sono pronte a fare spazio) comprando prodotti in Corea & Far East per rivenderli col marchio di Ivrea. Ecco la reazione del fatturato: 352 milioni nel 2008, 285 nel 2013, 227 l’anno scorso; 180 milioni di perdite consolidate tra il 2008 e il 2013. Nell’aprile 2014 Patrizia Grieco è stata nominata da Renzi presidente di Enel: un premio per i risultati, evidentemente. Niente premi, invece, per i lavoratori: a cento, duecento per volta, gli esuberi Olivetti sono stati ricollocati in aziende-satellite destinate a essere svendute, in call center e altre attività di cosiddetto caring come Agile-Eutelia, Op Computer, Telis. Un esempio di come va a finire: ai 154 finiti in Innovis (oggi gruppo Comdata) a luglio scade il contratto di solidarietà. La soluzione dell’azienda prevede mobilità volontaria per 50-60 e salario ridotto per gli altri. “Non con uno schianto, ma con un gemito”. Così finisce il mondo degli “uomini vuoti” di T. S. Eliot.

Da Il Fatto quotidiano del 3 giugno 2015