L’Ocse ha appena pubblicato un rapporto che mostra che il nostro tasso di occupazione tra i 15 e i 29 anni è sceso di quasi 12 punti percentuali tra il 2007 e il 2013, passando dal 64,33% al 52,79%, il secondo peggior dato tra i Paesi Ocse, dietro la Grecia (48,49%). Secondo l’Ocse l’Italia ha “uno specifico problema di disoccupazione giovanile, in aggiunta a uno più generale”, a causa di “condizioni sfavorevoli e debolezze nel mercato del lavoro, e nelle istituzione sociali ed educative”.

Ed è proprio la criticità nel settore della ricerca e dell’innovazione, il motore dello sviluppo economico, a gettare ombre funeste sul futuro e sulle possibilità di miglioramento.

I giovani ricercatori italiani non sono i soli a soffrire di una crisi nella scienza, che ha un carattere internazionale, ma che in Italia mostra aspetti di particolare drammaticità. Il numero di scienziati che hanno ottenuto il dottorato al mondo, è cresciuto del 40% tra il 1998 e il 2008. La crescita non mostra alcun segno di rallentamento: se da una parte i lavoratori con istruzione superiore sono considerati  la chiave per la crescita economica, soprattutto nei paesi emergenti come Cina e India, dall’altra, in molti paesi occidentali si è creato un eccesso di offerta e gli studiosi che hanno avuto una lunga e costosa formazione avanzata si trovano di fronte a una diminuzione del numero dei posti di lavoro nell’accademia e a un settore industriale che non è in grado di  offrire possibilità all’altezza della preparazione acquisita.

Anche il numero di ricercatori post-dottorali (post-doc) si è triplicato negli ultimi trent’anni: questi scienziati altamente qualificati, con contratti di ricerca a tempo determinato, sono un importante motore trainante della ricerca scientifica, ma sono spesso mal pagati e hanno scarsissime possibilità di progredire nel mondo accademico.
Questo è diventato un problema strutturale in tanti paesi, anche se in alcuni, come il nostro e gli altri dell’area mediterranea, la situazione è molto più critica che in altri.

Mentre in alcuni paesi si tenta di adottare politiche che tengano conto dell’eccesso di offerta che si è venuto a creare cercando di facilitare l’inserimento degli scienziati con formazione avanzata anche nel mondo del lavoro, in Italia sta avvenendo un disastro generazionale, le cui conseguenze sconteremo per i prossimi decenni.

Per fare un esempio, sono da poco stati pubblicati i dati forniti dal Consiglio Nazionale Universitario che indicano che il numero totale dei fisici tra professori ordinari (PO) professori associati (PA) e ricercatori (RU) è diminuito da 2598 unità nel 2008, anno di massimo numero di docenti, a 2077 unità nel 2014, con una previsione di arrivare a 1704 unità nel 2020: un calo del 35% – quasi il doppio del calo medio in tutti gli altri settori. Questi numeri sono davvero terrificanti e lasciano poche speranze per la tenuta del sistema, e della fisica italiana, nel prossimo futuro.

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Il calo di posizioni permanenti insieme alla grande crescita di giovani ricercatori con istruzione avanzata (PhD e Postdoc) ha creato le premesse per un problema epocale nella ricerca italiana.

L’eccesso di offerta non è solo un problema economico di prima grandezza, poiché la formazione costa, ma è anche, e soprattutto, un problema umano drammatico con tanti giovani ricercatori disperati per non avere possibilità alcuna. Probabilmente il governo se ne occuperà, troppo tardi, quando questo sarà diventato anche un problema sociale.