“Ma è vero che in Cina mangiano carne di cane?”. Una domanda comune, sopratutto in questo periodo dell’anno. Con il solstizio d’estate si avvicina il Festival di Yulin che da noi potrebbe tranquillamente andare sotto il nome di sagra della carne di cane. Il 21 giugno di ogni anno, in questa metropoli di 5 milioni e mezzo di abitanti, vengono macellati, circa 10mila cani. “Mangiare carne di cane è un’abitudine alimentare che si riscontra in alcune parti della Cina e in altri paesi asiatici come il Vietnam e la Corea –  ci spiega Mary Peng che gestisce la Clinica veterinaria internazionale di Pechino (Icvs) – ma il progresso sociale farà in modo che scompaia, perché mangiare cani non si addice a una civiltà moderna”. E infatti è già stato proibito a Taiwan, nelle Filippine, a Singapore e a Hong Kong.

Storicamente in Cina il cane ha subito alterne fortune. Dati archeologici fanno risalire al primo millennio avanti Cristo i primi banchetti a base di carne di cane, ma già nell’ottavo secolo d.C. i cani di razza pechinese erano un vero e proprio status symbol. Solo chi viveva all’interno del palazzo imperiale dell’antica capitale poteva allevarli e curarli. Se qualcun altro fosse stato trovato in possesso di un pechinese, le guardie imperiali non avrebbero esitato a condannarlo a morte.

Con l’avvento del comunismo, poi, allevare un animale da compagnia era considerato un lusso borghese. I cani servivano a pascolare i greggi a fare la guardia o quanto meno a nutrire gli essere umani. Ma negli anni Ottanta, appena un po’ di ricchezza è ricominciata a circolare nelle tasche dei cinesi comuni, i cani sono ricominciati a essere trattati come animali da compagnia. Secondo alcuni addirittura come membri della famiglia visto che nel frattempo la pianificazione famigliare aveva impedito alle coppie di avere più di un figlio. Una moda che si è diffusa rapidamente.

Oggi, trent’anni dopo, c’è un intero settore di servizi dedicato a loro. Vestitini, parrucchieri, addomesticatori. La sola città di Pechino ha 1,2 milioni di cani regolarmente registrati e secondo le autorità il numero sale a 10 milioni se si prende in considerazione l’intera Cina. Ma questo è valido soprattutto per la relativamente nuova borghesia. Persone che vivono in città e che possono permettersi di spendere cifre considerevoli per accudire un animale da compagnia. Nelle sterminate campagne cinesi è tutto un altro discorso. Stando alle statistiche riportate dall’ufficio di Pechino della World Animal Protection, ogni anno in Cina vengono ancora macellati 25 milioni di cani. “La cultura non è mai una buona scusa per essere crudeli”, tuona il loro comunicato stampa.

Sebbene negli ultimi anni gli attivisti abbiano riportato diverse vittorie, anche quest’anno la lotta al festival è una specie di tabù. Tra le associazioni di animalisti sono in molti ad aver rifiutato di essere intervistati o ad aver chiesto che le loro opinioni fossero espresse senza che venisse rivelata la loro identità. L’argomento, in questo periodo dell’anno, è troppo “mingan” (sensibile), un eufemismo che in Cina è spesso usato per evitare quegli argomenti che possono provocare ritorsioni da parte delle autorità. Ancora nel 2011 gli attivisti di Pechino hanno pagato oltre 2mila euro per salvare i cani destinati al macello, ma poi sono stati portati in tribunale dagli ospedali veterinari della città perché non erano riusciti a saldare l’intero importo. Ma lo stesso anno la sagra di carne di cane di Jinghua è stata chiusa a seguito delle proteste dell’opinione pubblica e l’anno scorso, il festival di Yulin è stato anticipato per evitare che venisse colpito da azioni dimostrative.

Xiao Bing, vice presidente dell’associazione per la protezione degli animali di Xiamen, ci spiega che nello specifico il festival di Yulin ha appena vent’anni di storia, “è quindi completamente inappropriato considerarlo come una tradizione di lunga data”. “C’è bisogno di una legge che stabilisca quali sono i comportamenti crudeli verso gli animali”, aggiunge Mary Peng. E soprattutto bisogna che gli animali portati al macello subiscano un controllo sanitario perché possono essere portatori di malattie trasmissibili agli esseri umani. Secondo il ministero della sanità cinese nel paese ogni anno muoiono tra le due e le tremila persone per aver contratto il virus della rabbia. “La maggior parte dei cani venduti durante il festival di Yulin vengono dal mercato nero”, ci racconta.

Gli fa eco Xiao Bing: “L’origine dei cani venduti durante i festival è sconosciuta”. Un comportamento che viola un regolamento emanato dal ministero dell’agricoltura secondo il quale “ogni trasporto e ogni transazione che abbia come oggetto un cane deve essere accompagnata da un certificato che garantisca che l’animale sia stato prima messo in quarantena”. Ma la quarantena costa tra i 30 e i 40 euro per animale, una cifra che in pochi sono disposti a spendere.

Per non essere accusato di incoraggiare il consumo di carne di cane illegale, il governo di Yulin ha emanato un comunicato stampa in cui afferma che il festival non è mai stato sponsorizzato da alcuna istituzione governativa e che si tratta semplicemente di un modo tradizionale per celebrare il solstizio estivo. Sia quello che sia, “è necessario che le ong si uniscano a chi ha autorità di far rispettare le leggi”, conclude Xiao Bing. E qualcosa si sta muovendo. A giugno dell’anno scorso, il governo ha varato una legge che proibisce la sperimentazione su animali. E secondo un avvocato della Beijing Hansong Law Firm che preferisce rimanere anonimo “la protezione degli animali rappresenta un buco legislativo che la Cina deve colmare al più presto”.

di Cecilia Attanasio Ghezzi