Portare avanti una battaglia politica e, pochi anni dopo, fare parte del governo che sta dall’altra parte della barricata. E’ il caso del ministro della Pubblica amministrazione, Marianna Madia. Il nodo sta venendo al pettine insieme a una vicenda processuale che il 12 maggio è arrivata alla Corte di Cassazione: la Presidenza del Consiglio ha impugnato una sentenza d’appello che la giudicava inadempiente nei confronti di una direttiva europea. Secondo questa norma, gli Stati membri devono garantire un indennizzo alle vittime di reati violenti nel caso in cui i responsabili rimangano ignoti o non possano risarcire i danni, cosa che in Italia non sempre accade, come sostengono la Corte d’appello di Torino e la Commissione europea.

Di questo avviso era anche il ministro Madia, che nel 2010, da semplice deputata Pd, incalzava l’allora ministro della Giustizia Angelino Alfano con un’interrogazione sull’argomento. L’attuale titolare della Funzione pubblica chiedeva se l’esecutivo intendesse “assumere iniziative volte ad adeguare l’ordinamento a quanto disposto dal tribunale di Torino” e “adottare iniziative per rendere più capiente la copertura finanziaria” del fondo per le vittime di reati violenti. Ora però Madia è ministro di quel governo che ha ereditato dall’esecutivo Monti l’impugnazione della sentenza dei giudici torinesi e la sta portando avanti.

Ma per fare chiarezza sulla questione, occorre riavvolgere il filo della vicenda. La norma al centro del contendere è la direttiva 2004/80/CE, che all’articolo 12 così recita: “Tutti gli Stati membri provvedono a che le loro normative nazionali prevedano l’esistenza di un sistema di indennizzo delle vittime di reati intenzionali violenti commessi nei rispettivi territori, che garantisca un indennizzo equo ed adeguato delle vittime”. In particolare, nelle sue premesse, il documento fa riferimento a quei casi in cui le vittime “non possono ottenere un risarcimento dall’autore del reato, in quanto questi può non possedere le risorse necessarie per ottemperare a una condanna al risarcimento dei danni, oppure può non essere identificato o perseguito”. La direttiva prevedeva inoltre che gli Stati membri si adeguassero entro il primo gennaio 2006.

Ma, per l’Italia, così non è stato. La Corte di giustizia europea, il 29 novembre 2007, ha riconosciuto che “non avendo adottato, entro il termine prescritto, le disposizioni (…), la Repubblica italiana è venuta meno agli obblighi ad essa incombenti in forza di tale direttiva”. Roma ha cercato di metterci una pezza con un decreto legislativo del 2007, il numero 204. Ma lo ha fatto solo parzialmente. La norma, infatti, si limitava a disciplinare gli aspetti formali della procedura necessaria per richiedere l’indennizzo per crimini violenti commessi in Italia. Ma tutelava solo le vittime di alcuni reati e prevedeva, per questa finalità, di stanziare un fondo di appena 56mila euro all’anno.

A spiegare in questi termini l’inadempienza dello Stato sono state due sentenze del tribunale di Torino. La vicenda esaminata dai giudici è quella di una giovane rumena, stuprata nel 2005 da due connazionali. I violentatori non erano in grado di pagare un risarcimento e la vittima non ha potuto ricevere l’indennizzo che le spettava. Allora la signora ha chiamato in causa niente meno che la Presidenza del Consiglio. Il tribunale di Torino, con una sentenza di primo grado e poi anche in appello, tra il 2010 e 2012, ha condannato due volte Palazzo Chigi a risarcire la ragazza per 50mila euro. “L’indennizzo deve riguardare le vittime di tutti i reati intenzionali violenti, non le vittime di alcuni di tali reati”, spiegava la Corte, “è certo che l’Italia non ha stabilito un sistema di indennizzo per le vittime di violenza sessuale e pertanto è inadempiente alla disposizione”. Ora la sentenza, impugnata dalla Presidenza del Consiglio, è approdata alla Corte di Cassazione, dove le ragioni della vittima sono sostenute dagli avvocati Marco Bona, Umberto Oliva e Francesco Bracciani.

Nel frattempo, anche Bruxelles è tornata a sanzionare l’Italia. Nell’ottobre 2014, la Commissione europea ha deferito il nostro Paese alla Corte di giustizia europea per “attuazione inadeguata delle norme Ue” in materia. In una nota stampa, Bruxelles riprendeva la direttiva in questione e segnalava che “la legislazione italiana contempla invece l’indennizzo delle vittime solo in relazione ad alcuni reati intenzionali violenti, quali il terrorismo e la criminalità organizzata, non a tutti”. Insomma, come detto, un’attuazione solo parziale. In attesa dell’intervento della Corte di Cassazione.