C’è pure chi si sta stracciando le vesti per il paventato cambio di nome per il Pd ipotizzato dal segretario-premier Matteo Renzi e rivelato dal bravo Marco Damilano. Cambio di nome, mutamento genetico, sorpresa, come se quello che sta succedendo oggi nel Pd non fosse in qualche modo scritto nel suo atto di nascita, contenuto nei suoi stessi cromosomi.

Chi si sorprende nel Pd per «lo snaturamento della linea politica» e la «mutazione genetica» forse si era perso i capitoli iniziali di questa storia. O non li aveva capiti bene. C’è chi rimprovera per esempio a Renzi  una svolta moderata. Come se il Pd fosse o fosse nato come partito rivoluzionario e di sinistra. La verità è che l‘interclassismo più equivoco, quello pronto non ad abbracciare le buone cause del ceto medio o dell’elettorato moderato -cosa che qualsiasi forza politica moderna deve porsi come compito per cercare di ottenere la maggioranza dei consensi- ma a ramazzare voti tra le categorie più ambigue del nostro sistema economico e sociale, dagli evasori fiscali agli speculatori finanziari ai capitani d’industria e della grande finanza capaci solo di rapinare finanziamenti pubblici e ignari risparmiatori, il Partito Democratico l’ha praticato sin dalla sua fondazione.

Nonostante i sacri pronunciamenti statutari e elettoral-programmatici, chi può dire infatti di aver visto in questi anni di governo democratico una qualche misura seria e risolutiva per favorire l’emersione dell’economia sommersa o  il recupero delle centinaia di miliardi di gettito illegalmente sottratti al fisco?

Niente di tutto ciò abbiamo visto, anche se il recupero di queste risorse sarebbe ancora il primo passo che una forza politica autenticamente non dico di sinistra, ma appena di centrosinistra o di sola fede repubblicana (di valori quantomeno) dovrebbe o potrebbe fare per rilanciare l’economia e avviare una pur pallida redistribuzione sociale della ricchezza.

La verità è che il Pd nei suoi quasi dieci anni di vita si è profuso in grandi annunci di principio sul risanamento economico, il rinnovamento morale, la modernizzazione del sistema-paese ben sapendo che mai ci sarebbe riuscito o avrebbe solo potuto farlo virando decisamente a sinistra. E questo proprio perché  come forza politica nasce come frutto di un pesante e impegnativo compromesso.

Nato dall’aggregazione-fusione di partiti come i Democratici di sinistra eredi del vecchio Patico comunista (Pci) e quella Margherita che incorporava pezzi importanti dell’ex Democrazia cristiana, sin dall’inizio il Pd è sembrato un cartello elettorale più che un partito. Un cartello con valori fondanti non condivisi, ma esposto pericolosamente ai mutamenti di umori e interessi della sua classe dirigente. Ovviamente della classe dirigente che di volta in volta, grazie anche a campagne di tesseramento e primarie spesso edulcorate con l’intervento di fameliche clientele, sarebbe stata in grado di conquistarsi e monopolizzare le posizioni di comando.

Anche per questo nel Pd è oggi aperta una questione morale molto più grande e pesante di come i suoi dirigenti e gli organi di informazione-portavoce se (ce) la stanno rappresentando.

Non c’è solo la presenza di Gomorra nelle liste meridionali a gettare ombre sul presente e sul futuro dei democratici. La verità è che da tempo e in occasione di quasi ogni appuntamento elettorale  i dirigenti del Pd stanno imbarcando di tutto nelle proprie liste, dagli indagati ai ras locali interessati solo a occupare poltrone e riscuotere stipendi e indennità sul territori.

Il loro obiettivo non sembra più quello di raccogliere i consensi necessari per cambiare veramente l’Italia, ma tutti quelli che servono per conquistare il potere. Turandosi il naso. E ricorrendo a qualsiasi compromesso. Pur di comandare.