Delle due l’una: o hanno ragione i complottisti che vedono altre battaglie geopolitiche dietro la crisi greca, oppure i tecnici incaricati di sbrogliare la matassa dei prestiti alla Grecia dovrebbero cambiare mestiere e, così come avviene per le aziende private, pagare in prima persona per i mancati risultati ottenuti.

La marcia di avvicinamento all’ennesimo vertice che potrebbe sbloccare l’ennesimo e infruttuoso prestito della Troika, è caratterizzata da schermaglie degne del vecchio pentapartito italiano degli anni ’80. Annunci, fughe in avanti, retromarce, minacce. Mancano i punti fissi.

Il memorandum della Troika, così come dimostrato dai numeri degli ultimi anni, non solo non ha sortito gli effetti desiderati per la Grecia ma ne ha peggiorato lo stato di salute, perché l’austerità applicata senza l’affiancamento di riforme strutturali è destinata a fare solo danni. Scoprire oggi, con un nuovo governo, con nuovi nomi (il termine Troika sostituito dal Brussels group) che le casse dello Stato sono vuote e che alcuni pensionati non hanno avuto la liquidazione, sa di follia totale. Perché sono stati prestati circa 300 miliardi di euro pur sapendo che Atene non sarebbe stata in grado di restituirli? Perché nessun creditore ha chiamato in causa ex premier o ex ministri dell’economia ellenici, direttamente responsabili di politiche e decisioni che, oggi, tutti concordano nel definire errate? Perché il Qe di Draghi ha di fatto escluso la Grecia da questo gigantesco Piano Marshall per l’euromediterraneo?

Troppo comodo prendersela solo con il denaro sommerso greco, così come è sbagliato colpire il turismo per raggranellare qualche euro: l’unico settore del Paese che produce Pil a cui l’improvvisazione al comando vorrebbe imporre bancomat per le transazioni oltre i settanta euro. Sarebbe un’altra partita di giro. Davvero si pensa che allungando le trattative si possa trovare la quadra ad una falla strutturale macroscopica?

L’errore del memorandum è stato quello di voler chiudere la falla del debito con altri debiti infiniti, senza però tappare il pertugio che si è fatto voragine. I tifosi della Troika hanno sostenuto che il rischio-contagio era talmente elevato che si doveva procedere rapidamente in quella soluzione. I nemici dell’austerità di Bruxelles e Berlino replicano che il monopolio della Troika deve finire.

Oggi però c’è anche una terza via di pensiero che, pur consapevole della irrinunciabile importanza delle riforme, dei conti in ordine, di politiche organiche e non etero dirette da Bruxelles (che ha scelto regole uguali per Paesi ancora diversi), guarda al caso greco come spartiacque di un’Unione che ha scelto di non crescere, di non avere un ruolo nello scacchiere geopolitico accanto ai colossi noti e ai nuovi (i Brics). L’Europa si attarda, si contorce su se stessa e alla fine, come sulla Libia, anche sulla Grecia attende che la mossa venga fatta da altri (come l’Fmi). Mentre a volte un sincero e franco scontro lascia sì morti e feriti sul campo, ma anche decisioni che sanno di svolta e non di mesta sopravvivenza a galla: anticamera all’apnea.

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