Cari allievi, avevo pensato di scrivere una lettera al presidente del Consiglio per spiegare lui le ragioni del mio sciopero. Ma forse più che a lui, che le ha ben chiare ma non le vuole ascoltare, le devo spiegare a voi che domani non avrete in aula il vostro maestro.

Lo so, in fondo siete felici: un giorno in meno di scuola. Ma io ho il dovere di dirvi perché non faremo storia, italiano, non leggeremo insieme il quotidiano come facciamo ogni martedì, non apriremo la classe a qualche ospite che viene a donarci il suo tempo per adottare una nostra lezione.

Ho il compito, non facile, di raccontarvi perché tutte le maestre della scuola domani non entreranno in aula al suono della campanella.

E’ vero, non era mai capitato. E’ la prima volta dopo tanti anni che accade. E domani quando accenderete la Tv vedrete in piazza proprio i volti dei vostri insegnanti e migliaia di altri maestri, professori e bidelli che fischieranno, che alzeranno cartelli con scritto “La scuola pubblica è da difendere”, che porteranno una fascia nera per dire che sono a lutto.

Vi chiederete: ma perché fanno tutto questo casino? Vi rassicuro: non siamo impazziti. Non siamo fanatici.

Provo a spiegarvelo. Chi governa questo Paese sta cambiando le regole della scuola senza ascoltare chi sta ogni giorno in classe. Partiamo da un concetto che vi ho insegnato. Cos’è la libertà? Vi ricordate che vi ho fatto ascoltare Giorgio Gaber: “La libertà non è stare sopra un albero, non è neanche il volo di un moscone. Libertà è partecipazione”.

Quando in classe decidiamo quale gioco fare prendiamo la decisione in maniera democratica. Vi ho insegnato il valore di questa parola. Ogni volta mi ricordate: “decidiamo insieme”. Magari arriviamo persino a votare. Ma poi il maestro, che cerca di essere davvero democratico, vi propone di dedicare un tempo a giocare a palla prigioniera e il resto del tempo a “castelli”. Ecco, in questo momento c’è chi vuole giocare da solo. Chi vuole tagliare il traguardo in solitaria.

Forse basta questo per spiegarvi e in fondo per spiegare anche a lui, al presidente Matteo Renzi, perché domani tanti maestri non andranno in aula.

Sapete, cari ragazzi, ci hanno detto che non si spaventano per tre fischi. Ci hanno detto che siamo i signor no. Ma a noi maestri non interessa fischiare, non ci sentiamo signor sì o signor no. Noi abbiamo davvero a cuore la libertà che non avremo più se a scegliere chi entrerà in aula sarà il preside; se staremo con voi tre anni e poi potranno cambiarci scuola; se verremmo valutati solo per i risultati del vostro andamento scolastico (com’è scritto nella Legge) e non per essere rimasti qualche ora in più con il vostro compagno indiano a far lui imparare l’italiano che non parla; se nelle scuole frequentate dai ricchi andranno più soldi che in un istituto dello Zen o di Scampia.

Ecco, perché domani non ci sarò in aula con voi. Perché sogno, anche stavolta, una scuola diversa. Perché voglio che possiate avere maestri, professori e bidelli felici di fare questo mestiere.