Ucciso “per errore” da un raid Usa. Il cooperante italiano Giovanni Lo Porto ha perso la vita in un’operazione antiterrorismo americana condotta con un drone contro al Qaeda e avvenuta al confine tra Pakistan Afghanistan lo scorso gennaio. Oltre a Lo Porto, ha spiegato la Casa Bianca prima della conferenza stampa di Barack Obama, è stato ucciso anche un ostaggio americano, Warren Weinstein, 72 anni. Alle famiglie di entrambi il governo degli Stati Uniti fornirà risarcimenti. L’episodio, quindi, è avvenuto tre mesi fa. Un lasso di tempo consistente che tuttavia per i vertici del Copasir e del Dis (Dipartimento di informazione per la sicurezza) è stato necessario perché “serviva individuare i corpi e verificare tutto con il dna” e perché “le verifiche sono complesse”. 

Ma per Laura Boldrini, al contrario, è “preoccupante non averlo saputo prima”. Il presidente della Camera si augura che “ne sapremo di più” sulla base “di quello che ci dirà il ministro”, sottolineando che “non abbiamo avuto sentore – della notizia – prima di oggi. Sarà il ministro a fornire tutti i chiarimenti”. Secondo quanto riporta il Wall Street Journal citando fonti dell’amministrazione di Washington, si tratterebbe della prima operazione condotta con un drone (della Cia) in cui il dispositivo utilizzato per fini militari ha ucciso accidentalmente un ostaggio. E in serata, il portavoce della Casa Bianca, Josh Earnest, ha riferito che Obama ha ordinato di rivedere i protocolli che vengono seguiti per le operazioni che prevedono bombardamenti con i droni, per valutare se si rendono necessari dei cambiamenti.

Nel corso dei raid condotti a gennaio nella regione al confine tra Pakistan e Afghanistan sono morti anche due cittadini americani legati ad Al Qaeda. Uno dei due, Ahmed Farouq, ha poi aggiunto la Casa Bianca, è stato colpito nel corso della stessa operazione in cui sono morti Weinstein e Lo Porto. L’altro, Adam Gadahn, è stato probabilmente ucciso in un raid separato condotto sempre a gennaio. Nella dichiarazione si precisa che l’intelligence Usa non aveva informazioni riguardanti la presenza dei due sul sito oggetto degli attacchi.

Il governo italiano ha già fatto sapere che domani alle 10 riferirà alla Camera sull’episodio. Il ministro degli Esteri Gentiloni ha parlato di “tragico e fatale errore dei nostri alleati americani riconosciuto da Obama” ma ha anche voluto sottolineare che la responsabilità della scomparsa dei due ostaggi “è integralmente dei terroristi contro i quali confermiamo l’impegno dell’Italia con i nostri alleati“. Tuttavia, le scuse degli Stati Uniti non sono sufficienti né per il Copasir (“Non ci accontentiamo delle scuse, ovviamente doverose, dell’amministrazione americana”, ha dichiarato il presidente Stucchi) né tanto meno per uno dei fratelli di Lo Porto. Ai cronisti che gli chiedevano un commento alle scuse rivolte dal presidente degli Stati Uniti ai familiari delle vittime, ha solo risposto: “Obama chiede scusa? Grazie…”.

Il fratello di Lo Porto: “Obama chiede scusa? Grazie…”

Obama: “Mi assumo piena responsabilità dell’operazione di antiterrorismo – “Questa mattina voglio esprimere le mie condoglianze alle famiglie dei due ostaggi che sono stati tragicamente uccisi nel corso di un’operazione antiterrorismo – ha detto il presidente Barack Obama -. E’ stato fatto tutto il possibile per riportarli a casa. Abbiamo lavorato a stretto contatto con le autorità italiane”, ha proseguito, ricordando di avere parlato di quanto “tragicamente accaduto” ieri con “la moglie di Warren ” – che è stato “condannato per la sua fede ebraica” – e “il primo ministro Renzi“. Le condizioni di salute dei due ostaggi “erano peggiorate, non erano nutriti abbastanza” e la loro scomparsa “è un dolore inimmaginabile. Spero che le famiglie possano trovare consolazione in ciò che hanno lasciato”. 

Il presidente Usa, porgendo le “scuse” del governo americano, ha riconosciuto la “piena responsabilità dell’operazione di antiterrorismo“, ribadendo la volontà di volere imparare “dagli errori, che a volte possono essere fatali“, per “prevenire la perdita di vite innocenti“. Secondo quanto riferito da un funzionario Usa alla Cnn, però, il presidente americano non ha personalmente approvato le operazioni condotte al confine tra Pakistan e Afghanistan, sottolineando come queste rientrassero tuttavia nel quadro delle direttive della presidenza. “E’ una verità molto cruenta – ha proseguito Obama – ovviamente la lotta contro il terrorismo comporta anche questi errori”, ha detto, ricordando però che “una delle cose che distingue l’America e ci rende eccezionali è proprio il nostro desiderio di andare avanti e soprattutto di imparare dai nostri errori“. E visto che “gli Stati Uniti sono una democrazia“, ha precisato, a volte è giusto rivelare” dettagli delle operazioni. 

Obama ha spiegato che il raid “prendeva di mira una struttura di affiliati di al Qaeda, dove non avevamo ragione di credere che ci fosse nessuno dei due ostaggi”, precisando che “l’analisi di tutte le informazioni disponibili ha portato la comunità d’intelligence a ritenere con alta probabilità che l’operazione abbia accidentalmente ucciso entrambi gli ostaggi. Non appena riusciremo a capire le cause della morte degli ostaggi – ha aggiunto – avremo un’idea più chiara”. Obama ha quindi ricordato la figura di Lo Porto, le cui attività umanitarie “riflettevano gli impegni degli italiani nostri alleati e amici nel garantire la sicurezza di tutti nel mondo”. Ha prestato servizio dal Centrafrica ad Haiti e – ha sottolineato il presidente americano – si era innamorato del Pakistan, convinto che la sua attività potesse fare la differenza per tante persone in quel Paese.

Obama: “Ovviamente la lotta contro il terrorismo comporta anche questi errori”

Indagine della Procura di Roma – Sulla scomparsa di Lo Porto la procura di Roma ha da tempo aperto un fascicolo di indagine nel quale si ipotizza il reato di sequestro di persona a scopo di terrorismo. Il procedimento è coordinato dal sostituto procuratore Erminio Amelio che ha affidato delega ai carabinieri del Ros e alla Digos. I pm si attendono comunicazioni ufficiali relative alla morte del cooperante.

Renzi: “Profondo dolore”. Pinotti: “Usato come scudo umano” – A seguito della conferenza stampa del presidente Obama, il presidente del Consiglio Matteo Renzi ha espresso su Twitter il suo cordoglio e il “profondo dolore per la morte di un italiano, che ha dedicato la sua vita al servizio degli altri. Le mie condoglianze vanno anche alla famiglia di Warren Weinstein”. Palazzo Chigi ha riferito che l’Unità di crisi ha immediatamente preso contatto con la famiglia del cooperante per comunicare la notizia. Mattarella ha poi espresso la sua vicinanza ai cooperanti, “sempre più a rischio”. Il ministro della Difesa Roberta Pinotti: “Dalle prime ricostruzioni – ha detto – sembra che sia stato usato come una sorta di ‘scudo umano‘. Stavamo lavorando per cercare di liberarlo”. Sul caso è intervenuto anche il ministro degli Esteri Paolo Gentiloni. Ha sottolineato che Lo Porto è morto per un “tragico e fatale errore dei nostri alleati americani riconosciuto dal presidente Obama” ma anche che “la responsabilità della sua morte e della morte di Warren Weinstein è integralmente dei terroristi contro i quali confermiamo l’impegno dell’Italia con i nostri alleati“. Anche il presidente della Camera Laura Boldrini ha espresso “grande dolore per la perdita di Giovanni Lo Porto, coraggioso uomo di pace. Vicinanza mia e di Montecitorio alla sua famiglia”.

Domani alle 10 il governo riferirà alla Camera sulla morte di Giovanni Lo Porto

Il governo riferirà domani alle 10 alla Camera sull’episodio, e il componente M5S al Copasir Vito Crimi chiede “che il Copasir si riunisca subito e convochi l’autorità delegata” – cioè il sottosegretario con delega ai servizi segreti Marco Minniti – su quello che giudica un “fatto gravissimo”. Crimi poi aggiunge: “Vogliamo anche sapere da quando il governo era stato informato della sua uccisione“.

Ma Pietro Barbieri, portavoce nazionale del Forum del Terzo Settore, critica quanto dichiarato dalla Farnesina. “Pare che la morte di Giovanni – ha detto – sia avvenuta a gennaio e, pur in questo momento di sgomento e dolore, non possiamo non notare che evidentemente gli sforzi del Governo Italiano per la sua liberazione, al di là delle dichiarazioni ufficiali, erano ben lungi dall’aver conseguito il benché minimo risultato”.

Stucchi (Copasir): “Non ci accontentiamo delle scuse Usa” – Contattato dal sito Affari Italiani, il presidente del Copasir, Giacomo Stucchi ha spiegato che il compound colpito dal raid americano “era un target giusto e di solito dove ci sono i talebani non vengono tenuti anche gli ostaggi”. Ma “in quel caso lì, purtroppo, c’erano anche loro”. “Il problema – ha detto Stucchi rispondendo ad una domanda se quanto accaduto sia un incidente – è che l’obiettivo era giusto e l’operazione era condotta contro un obiettivo di quelli, tra virgolette, certificati. Ovvero di quelli che vengono scelti in base a informazioni precise. Gli ostaggi non ci dovevano essere e di solito non sono presenti in quel tipo di compound“. Stucchi, poi, precisa che “vedremo più avanti” se “è stato fatto, prima di utilizzare il drone, tutto il possibile per verificare l’effettiva presenza solo di talebani”.

Stucchi (Copasir): “Notizia uscita con ritardo perché bisognava essere certi”

Sul ritardo della notizia, uscita a tre mesi dal raid, il presidente del Copasir ha spiegato: “Dipende di che livello parliamo. Può darsi che qualcuno sapesse qualcosa, ma serviva individuare i corpi e verificare tutto con il dna. Non è così semplice recuperare queste informazioni e prima di dare una notizia del genere bisogna essere certi che fossero davvero loro i soggetti. Ufficialmente la notizia è stata data con questo ritardo rispetto a quando è davvero accaduto il fatto ma perché bisogna essere certi. Non si possono commettere errori”. Ha però puntualizzato: “Non ci accontentiamo delle scuse, ovviamente doverose, dell’amministrazione americana. Ci devono spiegare e giustificare quanto fatto durante quell’operazione”.

Anche il direttore del Dis, il Dipartimento di informazione per la sicurezza, Giampiero Massolo, ribadendo che “la lotta al terrorismo non si deve fermare”, ha dichiarato che “l’idea di dare una notizia quando non si ha l’assoluta certezza può essere avventata e in un territorio come quello le verifiche sono complesse. E’ stata un’azione antiterrorismo, si sono trovati nel punto in cui l’azione aveva luogo”.

Chi era Giovanni Lo Porto– Lo Porto, siciliano di 40 anni, era stato rapito insieme al collega tedesco Bernd Muehlenbeck dai jihadisti il 19 gennaio 2012, a Multan, nella provincia centro-occidentale del Punjab in Pakistan, mentre stava lavorando per la ong tedesca Welthungerhilfe (‘Aiuto alla fame nel mondò), impegnata nella ricostruzione dell’area messa in ginocchio dalle inondazioni del 2011.  Dopo la liberazione avvenuta lo scorso 10 ottobre, Muehlenbeck raccontò che i rapitori avevano portato altrove già da un anno il collega italiano. 

Chi ha lavorato con Lo Porto lo descrive come una persona molto accorta e preparata. Il suo professore alla London Metropolitan University, dove Lo Porto ha studiato, lo ha ricordato tempo fa come uno studente “appassionato, amichevole, dalla mente aperta”. “Mi disse: ‘Sono contento di essere tornato in Asia e in Pakistan. Amo la gente, la cultura e il cibo di questa parte del mondò”, perché “il Pakistan era il suo vero amore e sentiva di aver operato bene, stabilendo dei buoni rapporti con la popolazione“.

Lo Porto lavorava per la ong tedesca Welthungerhilfe, impegnata nella ricostruzione dell’area messa in ginocchio dalle inondazioni del 2011

A luglio 2013 diverse ong si erano rivolte all’allora ministro degli Esteri Emma Bonino affinché il governo si adoperasse per la sua liberazione e I suoi amici di Londra organizzarono una petizione già nel dicembre del 2013 in cui chiedevano a chiunque avesse qualche influenza di adoperarsi per la sua liberazione. Iniziativa replicata il 19 gennaio del 2014, per l’anniversario del suo rapimento, con l’appello lanciato dal Forum del Terzo Settore al governo italiano e ai direttori dei giornali “per rompere il muro del silenzio”. La vicenda però si è ingarbugliata fin dall’inizio, con la rivendicazione di al Qaeda del sequestro, subito smentita. Più volte il Tehrek-e-Taliban Pakistan (TTP), principale movimento armato anti-governativo, ha negato di avere in mano Lo Porto.

Chi era Warren Weinstein – Era il direttore per il Pakistan della J.E. Austin Associates. Era stato rapito nell’agosto 2011 a Lahore mentre si preparava a tornare in patria, quattro giorni prima della scadenza del suo contratto con l’Agenzia Usa per lo Sviluppo Federale.  Weinstein aveva 73 anni e viveva a Rockville, alle porte di Washington. La sua famiglia non ha risposto alle telefonate dei media americani che hanno chiesto commenti.
Nel dicembre 2013 al Qaeda aveva diffuso un video il cui il cooperante faceva appello a Obama per la sua liberazione. Nel video Weinstein appariva emaciato e spaventato. La J.E. Austin è una società privata di consulenza che assiste economie emergenti nella crescita e ha progetti in tutto il mondo.

Era stato rapito nell’agosto 2011 a Lahore mentre si preparava a tornare in patria, quattro giorni prima della scadenza del suo contratto con l’Agenzia Usa per lo Sviluppo Federale

Ostaggi italiani: solo Padre dall’Oglio è ancora nelle mani dei sequestratori – Di padre Paolo Dall’Oglio si sono perse il 29 luglio 2013. E’ lui l’unico italiano ancora nelle mani dei terroristi nelle zone “calde” del Medio Oriente.
Negli ultimi mesi si era assistito al rapimento, e alla successiva liberazione dopo periodi più o meno lunghi, di Greta Ramelli e Vanessa Marzullo in Siria (31 luglio 2014 – 15 gennaio 2015) , Gianluca Salviato (marzo 2014, liberato nel novembre scorso) e Marco Vallisa (rapito il 5 luglio, liberato il 13 novembre 2014) in Libia.

Padre Dall’Oglio, 59 anni, gesuita romano, per trent’anni e fino alla sua espulsione nell’estate 2012, ha vissuto e lavorato nel suo Paese d’adozione in nome del dialogo islamo-cristiano. Diverse volte sono emerse notizie – mai confermate – sulla sua morte o detenzione in un carcere siriano. Le ultime informazioni risalgono al dicembre scorso, quando fonti siriane lo davano per detenuto in una delle prigioni dell’Isis a Raqqa. Una circostanza che non aveva trovato conferme da parte del ministro degli Esteri Paolo Gentiloni.

Il suo rapimento era avvenuto dopo un appello che il sacerdote aveva rivolto a papa Francesco affinché promuovesse “un’iniziativa diplomatica urgente e inclusiva per la Siria”. Dall’Oglio forse era impegnato in una “mediazione” tra fazioni ribelli nella zona di Raqqa, nel vortice di una guerra civile che da quattro anni semina morte e distruzione in Siria.

C’è anche un altro italiano, però, che è scomparso lo scorso 6 gennaio in Libia. Si tratta di Ignazio Scaravilli, medico catanese settantenne. A segnalarlo i suoi colleghi, ma non ci sono state testimonianze dirette di un rapimento o incidente. L’anziano professionista, che ha uno studio a Paternò, nel catanese, e una residenza a Padova, sul proprio sito si presenta come chirurgo ortopedico specializzato in interventi su mano e piede. Era partito prima di Natale con altri tre o quattro colleghi siciliani per operare all’ospedale di Dar Al Wafa di Tripoli, città dove è consulente per due cliniche.